Recensione
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Genere

pop

Data di uscita

Maggio 2006

Pubblicazione

15 Maggio 2006

Guillemots

From The Cliffs

Naive

Si sa, quando c’è da creare fenomeni, gli inglesi non si tirano certo indietro. Nel caso degli esordienti guiLLeMoTs, una commissione di dj e critici della BBC li ha indicati tra i cinque act più promettenti per il 2006. Ok, non è esattamente un hype clamoroso come quello che ha lanciato gli Arctic Monkeys, ma di fatto tra gli addetti ai lavori si fa un gran parlare di questo eclettico quartetto di base a Londra e attivo da un paio d’anni, che ha di recente avuto la ventura di aprire (con successo) i concerti di Rufus Wainwright. E non stiamo parlando di giovani di belle speranze e bell’aspetto come le Scimmie Artiche, ma di musicisti già “scafati” - e anche un po’ attempati rispetto alla media -, con un passato nella classica e nell’avanguardia (il leader e tastierista Fyfe Dangerfield è coinvolto anche in progetti elettronici, mentre il chitarrista MC Lord MagRaO vanta trascorsi avant in un ensemble di base a San Paolo), che farà anche curriculum ma non fa tanto NME.

Eppure, stavolta verrebbe voglia di ascoltare i vaticini dei media britannici. A sentire gli otto episodi di From The Cliffs, assaggio in vista del debutto per Polydor Through The Window Pane (eh sì, i ragazzi sono stati tanto bravi da strappare un contratto a una quasi major), i guiLLeMoTs mostrano di avere più di un asso nella manica. Vedi come l’iniziale Trains To Brazil (già A-side di un singolo dell’anno scorso), dopo una partenza-depistaggio à la Arcade Fire, si snodi come una song solare e ballabile trascinata da una voce e una sezione di ottoni che farebbero invidia al Robert Smith di Close To Me (o, meglio ancora, i Dexy's Midnight Runners di Too Ray-Ay), o come Who Left The Lights Off, Baby? racchiuda con disinvoltura tre decadi di pop music, finendo col privilegiare l’easyness di certi Ottanta (dalle parti di Cure, Aztec Camera o giù di lì) mescolandola ad arditezze Brian Wilson (dalle parti di Smile); o come Made Up Lovesong #43, da apparente silly love song, si riveli sofisticata tra cavalcate wave e richiami soul, o Cat’s Eyes oscilli tra divertissement jazzy e ballata romantica in stile Buckley – Jeff - e Wainwright - Rufus, ovviamente.

Oltre a un’indubbia catchyness - requisito fondamentale per ogni gruppo con velleità popular -, tuttavia i Nostri non rinunciano ad ostentare ambizioni più alte; ciò è evidente nella cura di arrangiamenti e produzione e nella varietà dell’arsenale sonoro (un grande assortimento di tastiere più contrabbasso, chitarra, percussioni, innumerevoli effetti sonori e all’occorrenza fiati e archi), ma ancor più in tracce come Over The Stairs (epica suite tra memorie Us And Them dei Floyd, nebbie Mercury Rev e arditi vocalizzi alla Wyatt / Buckley – stavolta Tim) e Go Away (un dub / reggae assalito dallo Yorke sciamannato di National Anthem / Climbing Up The Walls), non prive però di una certa pretenziosità e autoindulgenza, specie in fase di minutaggio.

Difetti che, sommati a un’innegabile eterogeneità, fanno solo aumentare l’aspettativa e la curiosità anziché affossarle: tanta e tale è la carne al fuoco che basterà soltanto aggiustare il tiro per sferrare lo strike decisivo. Che stavolta i media inglesi ci abbiano visto bene? 

(7.2/10)

Scheda: Guillemots

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