La discreta maturità dei Depeche ’00 continua con Sound Of The Universe, dodicesimo album a praticamente trent’anni dall’esordio (del 1980), e nuovo sforzo in studio a riprendere l’ormai inossidabile format dello spiritual synth pop che li accompagna dai tempi di Violator.
Abbandonata la componente noiseggiante, e gli aspetti cyber rivisti laptop, il nuovo lavoro converte in oscurità e meditazione la spettacolarità emozionale del fortunato predecessore: se la giocano testi morbosi e visioni notturne ma sono gli arrangiamenti ’70, grazie al recupero – sbandierato a stampa e dispacci – di synth analogici, vecchi sequencer e drum machine, a far parlare di sé. Nonostante le dichiarazioni di Gahan in perfetto stile U2, non è una svolta "sperimentale" bensì il proverbiale aggiustamento di produzione su quanto consolidato nel recente passato. L'eccezione di Peace, un curioso mix tra Jarre e Kraftwerk filtrato certe cose Kraut non sposta quanto detto, salvo ammettere una scrittura automatica in oltre metà della scaletta: standard i brani scritti da Gahan (meglio forse quelli dell’ultimo solista), soprattutto poca ispirazione per Gore, nonostante una Jezebel a galleggiare nell’Oxygen jarriano. Una botta e via infine per le liriche di Wrong, singolo gothic tra blues e gospel dal clip decisamente più sperimentale e arty, contraltare di un sound che, non dimentichiamolo, sta vivendo una seconda giovinezza in una manciata di gruppi 00s (Bloc Pary, Tv On The Radio fino a, perché no, Interpol e Peter Bjorn And John).
Lo spiritual (synth) pop è uno stile che può dare ancora molto ma le tentazioni uber tech à la Trent Reznor/Nine Inch Nails sono sempre il monito perfetto per questi casi. E’ il desiderio d’immortalità la base di ogni decadenza.
(6.5/10)
Scheda: Depeche Mode
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