Era dai tempi dei Lemonheads, quando questi riadattarono il classico Mrs. Robinson nel lontano 1992, che il nome di Paul Simon non circolava in ambienti indie. Tutto merito, prima, dei Vampire Weekend e del loro lavoro echeggiante, in diversi tratti, la world music di Graceland, e ora di Luke Temple nelle vesti di Here We Go Magic.
Da New York, come lo stesso Simon. Da New York, come Animal Collective e Yeasayer. A detta di qualcuno, non poteva essere altrimenti. Vero. In Here We Go Magic c’č tutto quello di cui sopra: world music e pop sghembo. Due mesi di lavoro homemade con un quattro piste al seguito. Punto. Only Pieces e Fangela sembrano provini “andati a male” di Graceland: voce salmodiante e musica intrisa d’umori etno. In Ahab, il canovaccio ripiega in lidi ipnotici. strana sensazione: Sting nei solchi di Remain In Light? Strano, ripetiamo, ma credibile.
Poi lei, Tunnelvision, il singolo ideale in un mondo migliore: prendete A Paw In My Face di The Field, privatela del beat minimale e immaginatela nelle mani di un busker new yorkese. Se escludiamo le digressioni “cosmiche” di Ghost List, Babyohbabyijustcantstanditanymore e Nat's Alien, Temple non fa che prendere il pop di traverso, come se gli Animal Collective giocassero a fare Yeasayer o viceversa (I Just Want To See You Underwater) oppure alla stregua di un cantore off di Broadway (il valzer di Everything's Big).
True magic.
(7.5/10)
Scheda: Here We Go Magic
Pubblicazione: 31 Marzo 2009
File under: indie pop
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