È raro trovare un disco tanto immediatamente gratificante. Nell’esordio
dei newyorkesi White Rabbits c’è tutto, in abbondanza, con una
ricchezza di contenuti che affascina al primo giro e ripaga gli ascolti
ripetuti. I tratti caratterizzanti più evidenti sono la centralità del
piano di Stephen Patterson, che conferisce personalità a ogni brano, e
un’ostentata passione per gli aromi latini, marcati dalle esuberanti
percussioni.
Tutti i sapori vengono messi sul piatto
contemporaneamente, a partire da Kid On My Shoulders, quasi
satura di idee, con il suo passo incalzante, lo sfacciato piano latino,
la chitarra solista che ricama sull’ossessione della ritmica, tenebrosi
cori e improvvise esplosioni. I White Rabbits si muovono bene anche
quando abbandonano gli esotismi per rievocare il lato più pop della new
wave, con The Plot che sarebbe stata perfetta per l’Elvis Costello di Get Happy! Più avanti nel disco si fa sentire pure l’influenza della 2 Tone Records, con la spettrale sequenza March of the Camels/Fort Nightly ambientata nella Ghost Town degli Specials. Fort Nightlynon è però un album esente da difetti.
La voce di Greg Roberts manca di
personalità, sebbene sappia farsi aiutare da una splendida parata di
coretti geniali. Il problema più grande del disco è nel fatto che tanto
entusiasmo e tanta generosità sembrino spesso freddi e fini a se
stessi, incapaci di esprimere realmente qualcosa che non sia una
stellare competenza.
Nelle dolenti note degli Specials c’era un mondo intero, che a quasi trenta anni di distanza ritorna in vita ad ogni nuovo ascolto. Le riscritture dei White Rabbits suonano invece a volte tanto vuote da sfiorare la parodia, al loro meglio evocando solo un universo di fantasticherie. Chi ha bisogno del Don Chisciotte di Pierre Menard, quando c’è già quello di Cervantes?
(7.4/10)
Scheda: White Rabbits
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