Siamo di quelli che inseguono la meraviglia e l’inciampo. Quanto alle meraviglie, il Devendra ce ne ha già fornite tante. A raffica. Logico quindi – anzi inevitabile – attendersi a questo punto il capitombolo. Sarebbe ben strano il contrario. Sconveniente, diciamo. Ragion per cui stiamo dietro la curva, all’ombra di quel cartello già stantio (lo era anche da nuovo, del resto) che indica la toponomastica del luogo: prewar folk-blues. E aspettiamo. Senza fretta: in fondo, non è passato che qualche mese da Nino Rojo. Invece, proprio mentre scaldiamo il caffé sotto la luna giallo lampione, ecco la brezza portarci cantilene legnose, effluvi di sparso esotismo, incanti sciropposi, bagliori di cascante impudenza espettorati con stentorea impudenza.
Hai capito, il folle, lo sciroccato, il giullare? Ha preso un altro sentiero. Quello che passa più a sud, dove la guerra è anche il brontolio d’un tuono. Dove l’orizzonte riacquista colore, consistenza, prospettiva. Dove in un ronzio di cose il presente si ferma a pensarsi mai passato. Così, addio prewar folk-blues, e tanti saluti al capitombolo: questo disco mette da parte le precedenti premesse estetiche, parte alla ricerca di un battito – una polpa, un alito – che capita di avvertire nei dischi della riscoperta folk dei sixties, un attimo prima e un attimo dopo il contagio del rock psichedelico. Una mera questione di coordinate temporali, dunque? Non proprio. L’epifania del Devendra – il fellone – è da sempre questione complessa, si manifesta alla stregua di mistero travestito da leggerezza sbarazzina, e viceversa. Oggi, dimostra una robustezza nuova, che prova a bastarsi, a oltrepassarsi.
Prendete le movenze traslucide un po’ Lennon un po’ Young di Heard Somebody Say, poi subito dopo l’acidità aromatica di Long Haired Child: scoprirete che quanto prima era espediente stilistico è diventato calligrafia (ad esempio la voce in vibrato), il suono si sviluppa spigliato dove prima (volutamente) inciampava, ciò che spingeva all’indagine pseudocritica oggi - semplicemente - palpeggia il cuore. Certo, non rinuncia la canaglia al gioco giocato, anzi sbruffoneggia come non mai (l’esercizio ragtime di Some People Ride The Wave, il ruffiano spagnoleggiare tra pensosità e passione di Quedate Luna, il piglio dritto da Lou Reed giovane di I Feel Just Like A Child, la ballata fifties col cuore malato Roy Orbison di Queen Bee), ma questi scherzetti sono il meditato respiro di una scaletta ipertrofica, un modo di tendere e mollare il filo di un cinerama che di schianto ti attanaglia e allibisce. Ad esempio con la ballata ariosa/scivolosa di Korean Dogwood (piano, archi, slide, tra il Grant Lee Phillips più trepido e il John Cale di Fear), o col raga far west di Lazy Butterfly (tabla e sitar, chitarrine acidule), o con l’incedere da epica folk Jefferson Airplane della title track, o col Fred Neil a go-go di How’s About Tellin A Story. E altro ancora. Forse troppo (22 tracce). Forse no.
Ebbene, Devendra Banhart è cresciuto. Si è spostato. Ha portato con sé le sue più tenere, beffarde, vivide allucinazioni. Ha dato loro fuoco. Le ha guardate sfumare, diventare altre forme, altre ancora. Cosa attendersi, d’ora in poi?
(7.3/10)
Scheda: Devendra Banhart
Pubblicazione: 01 Luglio 2005
File under: Alt Folk
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