Recensione
Phylactery Factory White Hinterland
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Folk pop Voti redazione e staff

White Hinterland

Phylactery Factory

Secretly Canadian

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E così Casey Dienel, la giovane cantante e autrice del Massachusetts, si smarca dalle fin troppo automatiche categorie del pop-rock che la volevano pedissequamente in scia Newsome compagnia “prewarfolkeggiante”. E' lei stessa ad annunciare la (temporanea) cessazione dell'attività solistica in coincidenza della nascita del progetto White Hinterland, corposo combo (la base dovrebbe essere di sei elementi) che impastando fibra acustica, tastiere vibratili e rara elettricità scozza l'attitudine folk-jazz della Dienel con non meglio definibili brume psych. Il pregio principale di questo Phylactery Factory è la disinvoltura con cui percorre la linea di confine tra freakerie nostalgiche e patinatura vintage.

Non fosse perché tutto suona così fresco e ispirato, potrebbe sembrare un furbo anello di congiunzione tra Cocorosie e Norah Jones: il chamber soul angelicato di Calliope, i serafici ciondolamenti e i misteriosi sfarfallii di The Destruction Of The Art Deco House (in cui non fatichi a scorgere suggestioni Joni Mitchell) e l'accattivante afflato di Hometown Hooray aprono e chiudono la questione.

C'è però dell'altro, come dicevamo. Ci sono gli squarci aciduli nella rumba jazzy di Dreaming Of The Plum Trees, entusiasta e spiegazzata come certa Cibelle. C'è una specie di Sandy Denny tra imprendibili fantasmi Beth Gibbons in Hung On A Thin Thread(con quelle commoventi vampe di tromba nel finale). C'è la malinconia dolciastra tra gli archi apprensivi e la foschia minimalista di A Beast Washed Ashore, ovvero la Newsom se la producessero Eno & Cale. C'è la svenevolezza sbarazzina di Feist nel soffice motorik Yo La Tengo di Lindberghs & Metal Birds. C'è una specie di versione distillata e ruspante degli Arcade Fire nell'enfasi allampanata di Napolean At Waterloo. E c'è la scostante silhouette dell'ultima PJ Harvey nel flamenco scheletrico della conclusiva Vessels ( cantata assieme a Laura Gibson, presumibile frutto delle sessioni per l'omonimo EP perduto).

Un disco ricco di umori e sapori, intenso e stratificato ma pur sempre lieve, quasi rinfrancante. Quasi un prodigio.

(7.3/10)

Pubblicazione: 07 Marzo 2008

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2008)

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