Recensione
Pocket Revolution dEUS
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pop rock Voti redazione e staff

dEUS

Pocket Revolution

V2 Music

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Le solite cose. Un gruppo che ha l’ardire, la fantomatica impudenza di piovere dal Belgio con uno sconvolgente uno-due: l’album lungo Worst Case Scenario, autentico rollercoaster di generi ed emozioni - teatralmente pop, capricciosamente blues, visceralmente rock - e l’ep My Sister Is My Clock, una bobina di suggestioni e scelleratezze senza soluzione di continuità, come un piano sequenza di delirante post-qualcosa. Non bastasse, a suggello di tanta inattesa meraviglia ponevano un live act come minimo travolgente. Insomma, era nata una grande band. Toccò ad In A Bar Under The Sea zittire ogni dubbio residuo, dimostrando una statura autoriale, un equilibrio delle forme, una maturità forse conseguita troppo in fretta.

Eh sì, le solite cose. Terremoti e sconquassi, la band che si frantuma, un terzo album (The Ideal Crash) controverso, soggiogato da tralignamenti electro e striscianti concessioni catchy. Poi il silenzio, una lunga, estenuante, disperante eclisse. Infine, dopo taluni segnali di vita disseminati dal frontman Tom Barman (le incursioni elettroniche sotto l’egida Magnus, il live in coppia col pianista Guy Van Neuten), ecco il gran ritorno: i dEUS camminano ancora tra noi umani. Portando seco una rivoluzione tascabile. Che, musicalmente, è una non-rivoluzione assoluta. Le solite cose, già: il quarto album dei ritrovati (e rifondati: nuovo il batterista, il bassista e un chitarrista) dEUS è una pregevole dimostrazione di mestiere. La capacità di confezionare ciò che non si può ascoltare senza frequenti attacchi di deja vu, e che tuttavia sarà intenso abbastanza da apparire plausibile. Un album assolutamente prescindibile, ma dignitoso. Deludente per chiunque s’attenda sfracelli dopo tanta astinenza deusiana, piacevole per tutti gli altri. Tra questi ultimi, per fortuna, ci sono anch’io, che pure dei dEUS ero (quasi) un fan.

Insomma, mi sono lasciato ben trastullare dalla wave traslucida immischiata gospel di Stop start nature (pennate di chitarra à la Andy Summers, tremori e inquietudini gorgoglianti circa Tv On The Radio), così come dal funky sbrigliato ed apparizioni bossa in un festino anni ’80 di Night shopping, e poi ancora dal glam avariato (malsano come potrebbe esserlo una combutta tra Jane’s Addiction e Afghan Whigs) di Cold sun of circumstance. Senza però fare a meno di notare come qua e là spunti una fiacchezza irrimediabile (la stolida linearità in crescendo dell’iniziale Bad timing, la carineria banalizzante - in chiave autocitazionista - di What we talk about, la title track irrigidita in una ossessione gospel-soul quasi bowiana). Per non dire quanto alla lunga infastidisca la corsia preferenziale riservata alla voce di Barman, come a confessare di soppiatto che essa è ormai la sola peculiarità residua del sound dEUS.

Con tutto ciò, se l’insieme non entusiasma, e se certe concessioni appaiono francamente evitabili (quando rammentano gli ultimi deprecabili Red Hot Chili Peppers in 7 days 7 weeks ed Include me out, o addirittura sua trashitudine Billy Idol in If you don't get what you want), la fibra pop espressa da questo disco è comunque di buona vaglia, capace di nascondere tra le pieghe anche qualche trama intrigante, come il raga psych torbido e screziato di Sun Ra o la morbida intossicazione soul di The real sugar. Il finale confessa tutta la voglia di “classicità” che deve aver animato il progetto, incarnata nel tango elegante e un po’ sussiegoso di Nothing really ends, già ascoltata nel suddetto lavoro di Barman con Van Neuten. E’ una bella canzone, dandy e disperata, amara e senza appigli. Lieve, innocua, malgrado il rovello che sembra averla ispirata. Una chiosa più che opportuna.

(6.2/10)

Scheda: dEUS

Pubblicazione: 01 Luglio 2005

File under: pop rock

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2005)

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