C’è nessuno la fuori? Nessuna radio (ancora) libera, o con un po’ di residua voglia di libertà? Casomai, è il caso di segnarsi il nome di Paolo Zanardi, già membro dei baresi Borgo Pirano, vincitori di un Tenco nel ’96 e di un Città di Recanati nel ’98. Da qualche tempo si è messo in proprio, ha bazzicato con qualche soddisfazione l’ambiente dell’adorato cinema e oggi – per intercessione del tastierista e produttore Giorgio Spada – taglia finalmente il traguardo del primo album col qui presente Portami a fare un giro. Merita proprio farsi un giro tra questi teatrini cinici e taglienti, in questo sarcasmo che si strizza un po’ il cuore e poi scrolla le spalle, attraversando storie di efferata quotidianità col fatalismo di chi ha perduto già troppo, leggero e pesante, comunque sempre a muso duro.
Se volete farvi un’idea del tipo, pensate allo scazzo pungente del primo Vasco Rossi (il reggae acidificato beat dell’iniziale Gas), alla (s)mania twee pop dei Perturbazione (Il farmacista), al Battisti più discordante ed esotico (Matisse), alle impertinenze del miglior Dalla (la title track). Immaginate il tutto condito di cianfrusaglie Capossela, saltimbanchi Gaetano e beffarda indignazione Jannacci (Giocattolaio), ed ecco che sparso in mezzo a queste tracce dovreste intravedere la sagoma del signor Zanardi. Come tentativo d’identikit è fin troppo assortito, eppure rischia di sminuire il personaggio, perché approfondendo l’ascolto spunta un piglio, un’energia, una spinta che fa vacillare la vettura e ti obbliga a tenere in considerazione il bordo della strada. Come quando nella conclusiva La panchina sembra un Paolo Conte giovane ma già disincantato, tra viola e pianoforte, palpiti e luci. O come quando crogiola uno spleen madreperlaceo in Odette, col profilo di Marco Parente che balugina tra lo sfarfallio jazzy dei piatti e della tromba sordinata. O come quando nella bossa sonnacchiosa di Piani di fuga, tra una tromba dimessa e fantasmi di slide, si fa luce un testo dalla sconcertante crudezza à la Manuel Agnelli.
Detto questo, forse il merito più grande del disco e del suo autore è riproporre a tutto cuore la magnifica Caldo a firma Federico Fiumani, quel torpore esistenziale accigliato, malinconico, sdegnoso, l’organino da campo di fragole, il brusio delle spiagge, il canto sintonizzato sull’accorata rudezza di un Giorgio Canali. Si aggiunga che il suono non si rifugia affatto in una comoda panoramica retrò ma azzarda perturbazioni sintetiche anche coraggiose (vedi il chorus livido di Come una lampadina, manufatto adult-pop come raramente capita di sentirne dalle nostre parti), e il cerchio – anzi il giro – può dirsi compiuto. I (liberi) compilatori di playlist sono avvertiti.
(7.2/10)
Scheda: Paolo Zanardi
Pubblicazione: 01 Giugno 2005
File under: rock autoriale
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