Recensione
When The Sun's Gone Down Langhorne Slim
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roots blues rock Voti redazione e staff

Langhorne Slim

When The Sun's Gone Down

Narnack

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Dal punto di vista del “prodotto” quello di Langhorne Slim – al secolo Sean Scolnick, 24 anni da Langhorne, Pennsylvania - è un signor prodotto. Perfetto anche nel non sembrarlo. Canzoni brevi come raffiche, o aspre come un sorriso di sbieco, o dolciastre come amori di spalle. E una vena che sembra pescare vita nel profondo, tra sedimenti, scarti e radici. Un po’ come i White Stripes, verrebbe da dire, non fosse che è al filone “prewar” che viene spesso accomunato. Non mancano certo le ragioni per farlo, ma neanche gli opportuni distinguo: intanto, non c’è traccia dello spaesamento naif che circonda il buon Devendra Banhart e compagnia freakeggiante. Non è un particolare da poco. Langhorne Slim può forse passare per un tipo bizzarro, un giovin guitto dalla strada sbilenca, umbratile, defilata. Ma non certo per un freak. Non si è perso nessun venerdì. Non si è dimenticato l’era in cui vive (non sembra importargliene troppo). Gli anni non se lo sono masticato vivo, sputandolo come un bolo di callosa obsolescenza: lui ci tiene allo stile. Ce l’ha, uno stile. E la dinamite tra chitarra e banjo. Quanto alla voce (il modo in cui la usa, la spara, la stura), è uno strambo centrifugato Frank Black, Ben Harper e Gordon Gano (guarda caso, al disco collabora Malachi De Lorenzo, figlio di Victor, ex Violent Femmes).

Questa la pelle di un discorso che si arrampica lungo un albero genealogico che annovera i Captain Beefheart, i Dylan (quello di Bringing it all back home, dove della parola conta più lo strazio che il senso) e i Tom Waits quali avamposti di una torma blues e bluegrass aureolata di mistero e leggenda (dichiarata la predilezione per Leadbelly e Skip James). E allora? Allora – insisto - credo che additarlo quale esponente del “prewar folk blues” sia un pochetto azzardato. Per dire, basterebbero un paio di amplificatori in più (belli vintage, se volete) e la somiglianza coi due famigerati (fratelli? Coniugi?) White sarebbe ben più marcata, quasi sfacciata. E simile quindi dovrebbe essere la “disposizione d’ascolto” di questo When the sun’s gone down, durante il quale si compie la rappresentazione di un’ossessione, la messa in scena fracassona e accorata di una commedia in costume. Una commedia bislacca e sferzante, abrasiva come l’armonica di And if it’s true, languida come la steel guitar di Mary, fragrante e nevrotica come l’iniziale In the midnight.

Tra i protagonisti e le comparse, s’incontrano intermezzi d’organino, coretti slavi, campanellini, anche un violoncello d’improvviso a copulare con la slide (I ain’t proud), il banjo che s’incendia come una mitraglia punk. Tra i momenti migliori, certe dolci/frenetiche ragnatele country, ballate che cuciono fatalismo, tenerezza, il folk e il gospel (la stupenda The electric love letter). E la voce, quella voce da coyote struggente, che ora sembra un declama ovattato, ora la vena ulcerata del Dylan di It’ s all right ma’, ora Shane McGowan fosse stato africano, ora un hobo fatalista che sputacchia raucedine esistenziale, ora il delirio lunatico e ineffabile di un Paul Simon alticcio… Una girandola e un patchwork, un baule di robivecchi e un minestrone primordiale, un’impalcatura che progetti al millimetro ma che sta in piedi solo se le travi sono ben conficcate nel cuore, in quella passione-ossessione che dicevamo. Che evidentemente muove il buon Slim, che lo conduce e ci conduce fino alla goliardica amarezza di I love to dance, codici somatici dixieland che gonfiano fino alla caricatura, il trombone a sviscerare umori waitsiani, il congedo di un crepuscolo asprigno.

Disco emblematico circa le odierne possibilità e modalità del pop al suo meglio, culmine di artificio e cuore.

(6.9/10)

Scheda: Langhorne Slim

Pubblicazione: 01 Giugno 2005

File under: roots blues rock

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