Recensione
Invitation To The Feast War Against Sleep
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folk psych Voti redazione e staff

War Against Sleep

Invitation To The Feast

Fire Records

Opera seconda per il combo War Against Sleep dopo l’acclamato Messages del 2003, circa il quale nulla vi dico perché nulla so (vogliate perdonarmi). Su questo Invitation To The Feast, invece, qualche idea me la sono fatta. Una scaletta che - non so se in virtù di una faccia tostissima o per incarnita incoscienza - mette in fila folk bucolici, ammiccamenti soul-jazz, barocchismi pop, accessi lisergici, dub striniti, agri errebì, elettroniche e ottoni, ghigni di chitarre e sgocciolii di piano, cincischi, languori e decolli come se fosse la cosa più naturale del mondo. Quando invece è chiaro anzi chiarissimo che lo scopo del gioco è abbagliare gli implumi ascoltatori come fossero leprotti in mezzo alla strada.

Intendiamoci, non è che mi spiaccia farmi sballottare da un fondo scala stilistico all'altro lungo un qualsiasi programma di un qualsiasi disco rock. Solo che l'eclettismo non deve essere - non è - l'antidoto automatico alla banalità, perché anche il più eclettico degli ingegni deve aggrapparsi al fusto di una “visione” decisa ad essere se stessa, che si tratti del più scazzato disincanto o del più crasso dei voli pindarici. Col qui presente, invece, il bristoliano Mr. Duncan Fleming – dei WAS il demiurgo - ha realizzato una scaltra parata di tecniche di seduzione, un calciomercato sintonizzato più alla pubblicistica che alla quadratura atletica, tecnica e umana della squadra. Poco conta quanto e se fossero franchi gli intenti originali: basta l'insincerità – la freddezza, l’inefficacia - del prodotto finito, quel volersi a qualunque costo manifestazione bizzarra d'una band bizzarra quando è piuttosto il cinerama promozionale d'un gruppo poco più che ordinario.

Detto questo, ci sono fondate possibilità che l’ascolto possa sembrarvi divertente. Eh, già: se vi viene la fregola per una bella ammucchiata con l’ardore cavernoso dei Cousteau (Changing of the season), la pastorale indiedelica di stampo Eels (Puppies and kittens), i cascami glam tra Kinks e Bowie (Teletext nights) e le brume jazzy à la Scott Walker (in Song of songs), così tutti insieme appassionatamente, fatevi pure sotto e dateci dentro. Non scandalizzatevi però se nell'orgia vi ritrovate a tu per tu col dub incastonato tra brusii di pubblico (citazione di Berlin?) e risucchi cosmici di Damaged woman, oppure - e soprattutto - con la psichedelia rurale trasfigurata beat acidulo di Borderline personality (mi sembra di vederla, questa marpioncella, intenta a sedurvi spacciandosi per la nuova Matinée). E se poi non vi basta? E se poi ne volete ancora? Nessun problema, c'è l'ammiccamento al Cave più sdilinquito di Bedminster parade, ci sono i gospel germogliati nel deserto di May I harm none, le liquefazioni psych-soul tra patina Cousteau e ascesi progressiva Ultimate Spinach di Suffering e – argh! - la tautologica disarticolazione Air/Bran Van 3000/Gelb e dEUS di Dolphinland.

Ripeto, mi sono anche divertito, soprattutto i primissimi assaggi. Ed è vero d’altronde che un disco – per quanto briccone - non ha mai fatto male a nessuno, o almeno non che io ricordi. Tuttavia, semplicemente, non ascolterò questo Invitation To The Feast una volta di più. Potete scommetterci.

(5.2/10)

Pubblicazione: 01 Giugno 2005

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2005)

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