Due chitarre, basso, batteria e voce per una formazione tra le più sbrigliate che mi sia capitato d'incocciare negli ultimi mesi di rock italico. Band fautrice di un disco, il secondo in carriera, ruspante, fresco, grintoso. In breve: divertente. E' un merito, senza dubbio. Conquistato a furia di naturalezza, figlia a sua volta dell'evidente padronanza del genere (dei generi), che consente loro di stringere le coordinate attorno a quello che, per quanto terreno piuttosto battuto e dibattuto, diviene a tutti gli effetti il loro teatrino, il loro campo di battaglia. Almeno finché durano queste dodici tracce.
Mi piace lo spazio tra le chitarre, quella nitidezza ruspante, il modo in cui si mescolano in un impasto ruvido e guizzante. Mi piace quando il drumming si traveste di cupezza oppure si mette a saltellare asciutto. Mi piace che ci sia quel piano quando occorre, e così il rhodes, l’armonica, gli xilofoni e la tromba.
Soprattutto mi piace la voce di Giovanna, quando cavalca agile il mood, disegnando angoli acuti e roche sottigliezze, e quando spande grinta dolciastra e malizia setosa. Voce flautata e selvatica come una Cat Power sobria (in Coldground, ballata da Malkmus trepido, le chitarre collose e l’assolo con livelli di distorsione tenuti al guinzaglio), voce che evoca l’intimismo malsano e scontroso di Mirah assieme all’estro impiegatizio di una Lisa Loeb (nell’iniziale The Cousins, un po' paisley underground e un po' brit-pop).
Funziona bene la scaletta, ondeggiando tra scazzi Pavement, sbrigliatezze Pixies e strappi country-desert come dei Gun Club addomesticati (che è quasi un ossimoro, ma voluto). Snoccioliamo così l’insidia sorniona e i ruggiti radenti di Uh-Uh, la tensione sbarazzina di 44 Times (i cui umori sixties s’accartocciano nella distorsione finale), il country/RnB di Dinner Guests, quello screziato da delay ed ebbrezze vaudeville di Wine Is Fine, quello che nasconde insidie nel taschino di Clifford. Poi ci sono le svolte, quegli angoli che dietro non sai cosa capita, come ti annuncia I Don’t Need One innestando una marcetta popadelica Stereolab su una cigolante struttura Pixies/Pavement. Ed ecco quindi il twee-pop saltellante tutto ormoni e primavera di Nu Beetle, che tra chitarre cangianti, la tromba, il piano, il controcanto e le iniezioni country sembra uno di quei patchwork allegri dei Belle And Sebastian. Ed ecco il RnB vivace di Pop Team, le chitarre al ricamo, lo xilofono e la tromba. Ed ecco la misticanza tra wave e country rock di In A Basement, con raffiche di fischi valvolari a condire di stranezza la portata. Ecco, insomma, ci siamo capiti.
Così, quando arriva Half Jealous a chiudere il programma – ballata appiccicosetta col fender rhodes a dettare l'andazzo, i campanellini, la chitarra distorta di sfondo, i loops e le sincopi polverose del drumming – rimane chiara la sensazione che se c’era una cosa da fare, i Kech l’hanno fatta giusta e bene. Va da sé che per le rivoluzioni occorre rivolgersi ad altro. Per le rivoluzioni, c'è tempo. Forse.
(6.9/10)
Scheda: Kech
Pubblicazione: 01 Marzo 2005
File under: pop rock
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