Se c’è una strada percorribile tra sberleffo e disperazione, tra satira e sarcasmo, tra nonsense e complessità, i Mariposa provano a percorrerla. Lo fanno con piglio genialoide e talentuoso in questo fiammante doppio album, riuscendo a gabbarci circa l’immediatezza di composizioni su cui devono invece aver ben meditato. O viceversa, spacciando per macchinosi ordigni pata-prog i loro patchwork estemporanei e scazzoni. Ma fermiamoci un attimo perché si è già spesa la parola magica, ed è: composizioni. Magica perché permette ai Mariposa d’imbastire una trama improbabile ma efficiente nel fingersi tema portante di questo concept farsesco, ovvero una conferenza sulla (fantomatica, sedicente) musica componibile. Che se da un lato sembra suggerire chissà quali modalità e modularità in fase di scrittura e fruizione, dall’altro è un po’ come discorrere d’acqua calda, giacché non è certo una notizia che la musica sia - da sempre, per sua natura - componibile.
Le schegge di opinioni (raccolte davvero tra addetti ai lavori d’ogni grado ed estrazione) riportate ad inframezzare le songs vere e proprie – ostentando una sorta di montaggio per contrasti e allusioni che rimanda al lavoro di Ghezzi nell’amato Blob - tratteggiano un mosaico folle ma interessante, sciroccato ma credibile. Alla fine non sai bene se certe lucide asserzioni e solenni sentenze siano oggetto di sberleffo o d’ammirazione: ed è questa un’incertezza che fa star bene, carburante d’un ascolto che si smarca dalle etichette con piroette di mazurca, cromatismi sintetici e scabri barriti di sax. Gli ottoni, le elettroniche, il pianoforte, il violino, il wurlitzer, le percussioni, i found voices (sconcertante quello radiofonico in Radio marea), i rigurgiti citazionisti (tra un ballo della steppa e una Sail Away di Enya, tra un viva viva l’olio d’oliva e un Sunday Bloody Sunday degli U2…) e la voce teatral-beffarda di Alessandro Fiori: tutto ciò ed altro ancora (ricami atonali, svalvolamenti Flaming Lips, blasfemie varie) il materiale di queste architetture folli che franano in continuazione su se stesse, collassando e trapassando tra generi e stili (le tanto vituperate etichette) così da far impazzire la bussola.
La loro bravura sta nel fatto che in breve non te ne frega molto, butti al cesso le coordinate e stai a sentire quel che succede per come succede. Le trame complesse (jazz che trasfigurano su graticole psych, filamenti sintetici e pulsioni wave come nella sordida Le signorine centroamericane) e le deliranti svaccate (la litania folle di Tutta roba marca, come un ectoplasma atroce del Dalla più sperimentale), paesaggini di un’assurdità palpitante (la ballata surreal-attonita de L’asta degli oggetti scivolati, quasi un apocrifo di Gaber) e siparietti scellerati (l’ossessiva Rimpianti a gas, sorta di giovane Paolo Conte come lo avrebbe disegnato Pàz) si danno il cambio in una sarabanda esorcizzante, in un irresistibile avanspettacolo che mescola satira politica e critica sociale (Talaltri, Forza Musica), atroci disanime di modernità post-se stesse (Terrorismo!) e odi sperticate agli ultimi eroi possibili (Pretzel, Blob non si tocca).
E’ il lavoro più ambizioso dei Mariposa e forse il più riuscito, a partire da quell’artwork che utilizza i clamori cromatici e tipografici dei saldi e delle svendite totali. E’ un’immagine atroce e insospettabilmente fedele dei tempi che stiamo attraversando, tutti un po’ comparse e un po’ attori, perlopiù anestetizzati, quasi sempre distratti. Ed è anche una piccola terapia, tipo togliersi la nebbia dai pensieri mettendo la testa nel frullatore: ne esci sciaguattato ma vivo. Di nuovo vivo, per quel che vale.
(7.2/10)
Scheda: Mariposa
Pubblicazione: 01 Marzo 2005
File under: folk avant prog
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