Recensione
Self Titled Oshinoko Bunker Orchestra
Cover image
Indie noise Voti redazione e staff

Oshinoko Bunker Orchestra

Self Titled

Anti-dot

Chiedi chi erano i De Glaen. Per quanto ne so (poche canzoni sparse), furono interessante blend psych-noise dalla fervida attitudine crossover (qualunque cosa questo significhi). Tanto per restare al concreto, due album all'attivo tra il '96 e il '98, la "benedizione" di Enrico Brizzi che - affiancandoli in un tour - regalò loro un pizzico di notorietà, quindi il repentino scioglimento. Peccato. Peccato soprattutto non averli "vissuti" in diretta, peccato doppio visto che facevano base a Firenze, quindi praticamente sul pianerottolo di casa mia. Fortuna però che a volte ritornano, nuovo il nome e rinnovate le intenzioni, affidate le sorti alla battagliera Anti-dot. Omonimo il debutto, cioè Oshinoko Bunker Orchestra, OBO per amor di acronimo.

Il piglio è (ancora) tenace e obliquo, traslocato dalle parti di certo rock bruscamente fugaziano (voce soffocata, chitarra a coltellaccio, basso convulso, pedaliere febbrili…), infestato di spigoli matematici e congiunture post come i primi Tortoise e June Of ’44 (all’uopo, si sentano le sincopi scabre di Bone alone, quelle omeopatie jazz assolte da un arabesco mercuriale di chitarra, col cambio di scena che ti scaraventa tra riverberi e rifrazioni fino ad una funerea processione quasi-Sabbath). Davvero niente male, però c’è il rischio di fare quelli postumi di se stessi, di azzannare fossili, d’infilarsi insomma in un cul de sac mica da ridere. Da cui gli OBO son draghi a uscire sforbiciando stilemi disparati, impugnati con la disinvoltura di un rapinatore di supermercati di lungo corso: ecco dunque la foga Blues Explosion e il canto tra alienazione Liars e parossismo Lydon di So wath?!, ecco la ruvidità sbrigliata dei primi asperrimi Police nel secco turgore errebì di Randamize (che ha l’impudenza di spegnersi in un bailamme doom), ed ecco le sincopi robofunk di Birthday song consegnarci prima una lunga digressione centrale simile a quella della zeppeliniana Whole Lotta Love (tolti i gemiti di Plant) e poi un desert storm conclusivo come una telefonata ai cari vecchi irripetibili Kyuss.

E poi ancora funk rock cigolante e nevrastenico (l’iniziale Mr Average), coaguli blues in angosciosa rarefazione Slint (l’ipnotica, quasi spossante M M), siparietti batteria-chitarra come dei White Stripes dopo salvifica terapia elettroshock (l’impetuosa Kenzo), senza scordare una discosta ghost track che suggella il tutto con dodici minuti (più o meno) di marcia ossuta e scoppiettante tra foschi squilibri fuzz-noise. Bravi dunque, perché hanno la forza di sembrare una cospirazione in corso. Ne sono così convinti da infilare nella custodia un negativo a mo’ di microfilm, contenente chissà quali codici o formule o invettive, forse solo i testi delle canzoni, boh. Prima o poi aggirerò la pigrizia e lo farò sviluppare, ma fa effetto anche così.

(7.1/10)

Pubblicazione: 01 Marzo 2005

File under: Indie noise

| Archivio
Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2005)

Rss
copertina pdf #91