Sono in quattro e provengono da Belluno. Sono giovani e praticamente debuttanti (solo un ep all’attivo prima di questo Hotel Tivoli), ma dimostrano una proprietà di linguaggio che qualche “senatore” potrebbe (dovrebbe) invidiargli. Fanno, essenzialmente, pop, ma colgono il fiore da quel praticello sottile che vide la canzone d’autore italiana fare proprie doglianze jazz (Tenco in primis), trapiantandolo in più svelti vasetti twee/wave opportunamente innaffiati di umori western e soul. Sembrerebbe l’ennesimo esercizio di rivisitazione, ma in realtà questo languido carosello di forme sono altrettanti scenari sordi(di) in cui si muovono istanze superficiali, con l’obiettivo di apparecchiare un intrattenimento elegante, guarnito di contagiosi cartigli retrò, sospeso tra sonnacchiosa perversione e strisciante saccenza.
Siamo in pieno postmoderno, nella più scellerata accezione del termine. Il fare come si sarebbe fatto in quel tempo e in quel luogo, senza far seguire a ciò quella sincera "pietas" che rende viva l’espressione. La qual cosa traspare nella perenne punta di sdegno del canto (fenomeno comunque meno flagrante - e quindi meno fastidioso - che nei Baustelle), come un “prestarsi malgrado” perché è un buon modo di sollevare questioni sepolte vive, fibrillandone l'apparente cadavere. Intendiamoci, mi sta bene tutto ciò, lo trovo interessante. Per dire, mi sembra poco meno che splendida L'ultima occasione (con la melodia che sale su spirale d'archi zuccherina, il piano fiabesco e pietoso come anzi meglio di certe cosucce diafane dei Tiromancino, due ritornelli e stop: insomma, la perfetta Sanremo's song), mi intriga la decadenza atmosferica della title track (il piagnisteo iridescente degli archi, la ruffiana intimità della tromba, l'impianto affine ai celebrati Perturbazione non fosse per la voce che cova germi e minacce un po' alla Manuel Agnelli).
Così come val bene lasciarsi trastullare dalla malinconia adulta per piano, tremori sonici e anima in bilico (Tenco via Benvegnù) di Le paure, dalle vaghe polveri gelbiane che aspergono gli esotismi jazz de Il nastro rosa, e dalla screanzata romanticheria valzer di Se ti senti sola, il cui testo squarcia il fondale spiegandone la natura di agguato parodistico al cuore della nostalgia. C’è una coerenza poetica ed estetica che merita d'essere sottolineata, e una indiscutibile abilità nell’armonizzare i contrasti tra moderno e desueto (tanto nei testi quanto nelle tessiture soniche). Ma tutto ciò rimane appollaiato sullo scaffale delle carinerie artigianali, ben poco hanno a che fare con le emozioni. Che è proprio quanto cerco, guarda un po', in un disco.
(5.3/10)
Scheda: Non Voglio Che Clara
Pubblicazione: 01 Febbraio 2005
File under: pop
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