I Trans Am, condotti alla gloria dal polistrumentista Philip Manley, non sempre sono stati all’altezza della loro fama. L’unico vero capolavoro, forse, è stato il tardo Red Line. In esso il combo di electro-cyber-musici di Washington ha dato sfogo alle sue solite passioni sonore - space rock, Kraftwerk, Suicide, Devo, l’hard rock e la new wave dei ’70 - coagulandole in canzoni dall’appeal perfetto e assoluto (Lunar Landing è una di queste).
Il loro compito è forse divertire, la loro indole però è da intellettuali, mal celati si può dire, ma intellettuali. Liberation risulta quindi essere il successore del masterpiece di cui si è detto. Sono passati 4 anni e il suono del combo risulta regredito: in Total Information Awareness, ad esempio, non son altro che i Joy Division suonati dai Rockets a resuscitare.
Le fonti della loro ispirazione, però, non s’ampliano punto: rimangono tracce sofisticate dei connubi di Red Line, ma più in generale il loro sound regredisce all’era, 1998, di The Surveillance (l’hard rock seventies in tutte le sue sfumature: dal pacchiano al gentile). Se sia un bene, io dubito. L’ascolto dell’album è piacevolissimo, ma non rivela, ahimè, nulla che già non sapessimo: lo space rock tallonato dai synth di Divine Invasion, il cyber-pop sbilenco in Remote Control, le libidini kraftwerkiane e caciarone per White Rhino, il fankettone iperteconologico di Outmoder, la new wave maggiormente "commerciale" di Music For Dogs, gli Amon Duul fricchettoni e silenti racchiusi nella strumentale Pretty Close To The Edge.
Questo nuovo Liberation, concludendo, funziona così: non libera proprio un bel nulla (se non il "già liberato") e confeziona addirittura, seppure con perizia e destrezza, un "ritorno al passato" in quel "ritorno al passato" che, già e da sempre, è la musica dei Trans Am.
(6.5/10)
Scheda: Trans AM
Pubblicazione: 01 Febbraio 2004
File under: Elettro pop
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