In Stephen McBean convivono due anime e in ciò non vi è nulla di male, dal momento che colossi come Neil Young sulla schizofrenia artistica hanno eretto un'intera carriera. Il problema, nel caso specifico, si pone allorché il lato più muscoloso e ridondante cade preda di una serietà che non può più appartenere a certi generi, da tempo consegnati alla pattumiera della Storia. Parliamo ovviamente di quello che, di norma, viene considerato il progetto principale del Nostro, quei Black Mountain portati in palma di mano grazie al celebrato In The Future. Che a noi non piacque, lo ricorderete: appesantito da seghe prog e banalità hard '70 ci spinse a invocare il pronto ritorno dei riflessivi Pink Mountaintops. Diciotto mesi di preghiere dopo, Outside Love scrive il terzo capitolo di un romanzo interessante per come rimesta la pluridecennale storia del rock e ne cava un’identità artistica. Dei suoi predecessori assaporavi la sintesi di folk stralunato e riverberi noise in bassa fedeltà, la fusione tra Stooges e Velvet al cospetto di Jason Spacemen e Julian Cope. In essi la citazione non scadeva nella copia conforme, prevaleva l’incrocio e la penna mostrava costituzione sana e robusta.
Cosa che si ripete anche qui con immutata freschezza, nonostante il dispiego di ingenti forze (una dozzina i musicisti impiegati: spiccano elementi della Montagna Nera, la sirena Jesse Sykes e il suo chitarristico braccio destro Phil Wandscher, Sophie Trudeau di A Silver Mt. Zion), un John Congleton più del solito misurato al mixer e l’aria da disco “importante”. Le medesime premesse della frittata In The Future, sostanzialmente, tuttavia - merito dell’ambito stilistico di lignaggio colto e della sua saggia gestione - ascoltate stavolta canzoni salde e convincenti, collocabili in una landa attigua al gospel sonico degli Spiritualized, all’acid-rock morbido precursore dello shoegaze e a talune rustichezze country. Più America(na) che si rivolge ad Albione che viceversa ed ecco la differenza rispetto al passato: perché se Axis: Thrones Of Love ed Execution sono i Jesus & Mary Chain di Darklands prodotti da Phil Spector, While You Were Dreaming restituisce dei Mazzy Star chiesastici; se Come Down immagina un sereno Micah P. Hinson, Vampire è una Queen Jane Approximately natalizia figlia di After The Gold Rush. Perché se Outside Love si porge oceanica con gusto, Bill Callahan potrebbe far causa per And I Thank You. Per una The Gayest Of Sunbeams che martella sul classico asse Velvet/Suicide/Modern Lovers, il commiato soul Closer To Heaven non varca la soglia del kitsch.
Perdonateci lo spreco di nomi eccellenti, nondimeno sappiate che il gioco dei rimandi è qui non solo inevitabile ma addirittura parte della magia. Ancora irrisolta, peraltro, poiché l’album conferma questo lato del talento di un McBean vieppiù trincerato dietro lo scaltro riassunto di tre lustri di (indie) rock. D’altra parte è l’ennesimo erede del riflusso culturale o, almeno, tale è l’idea di sé che vuole restituire, acuta e spruzzata di salutare sarcasmo. Se ci sia o ci faccia, è sentenza che lasciamo ai posteri.
(7.5/10)
Scheda: Pink Mountaintops
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