Recensione
Artificial Fire Eleni Mandell
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pop rock Voti redazione e staff

Eleni Mandell

Artificial Fire

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C'è un motivo preciso per cui Eleni Mandell, cantante e chitarrista californiana con già un pugno di album alle spalle per l'indipendente Zedtone, mi sembra la tipica cavallina di razza. Ed è questo: nelle quindici tracce di Artificial Fire si permette di sciorinare marcette brass carezzevoli e argute come una Norah Jones corrotta da Cat Power (Right Side), brusche sgarberie da cuginastra disinvolta di Liz Phair (Cracked), allusiva ruvidità errebì (la title track), scorrerie frizzantelle (Bigger Burn) e sdilinquimenti dolciastri (It Wasn’t The Time) à la Pretenders, lubrificando una rumba di mescalina sixties (I Love Planet Earth) oppure di miele come certa Feist (Tiny Waist) per poi imbastire con Don’t Let It Happen una plausibile e garbata nipotina della stoniana Beast Of Burden.

Il tutto senza mai perdere il polso della situazione, la padronanza di una calligrafia che non smette di somigliare all'autrice, sia che si presenti etera (In The Doorway) o passionale (Needle And Thread), mistica (God Is Love) o impulsiva (Little Foot). Cosa attendersi del resto da chi ha eletto a propri numi tutelari Tom Waits e gli X? Riuscendo peraltro a coinvolgere DJ Bonebrake - che degli X fu il formidabile batterista - al vibrafono in un paio di pezzi. La qual cosa ci offre il destro per lodare la flessibile essenzialità (basso-chitarra-batteria) della backing band, unghioso piglio punk in guanto di velluto folk-blues.

Il risultato è un emerito pop-rock, dal buon tiro e vario il giusto. Hai detto nulla.

(7.1/10)

Scheda: Eleni Mandell

Pubblicazione: 01 Aprile 2009

File under: pop rock

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