Immaginatevi il diciannovesimo ellepì dei Sonic Youth dopo 23 anni di seminale (devastante, onoratissima) carriera. Se avrete tenuto in debita considerazione il recente ingaggio a tempo pieno di Jim O'Rourke - e scommetto che lo avete fatto - nella vostra testa si sarà formata un'idea abbastanza vicina all’essenza di Nurse. Che potremmo descrivere come: i Sonic Youth impegnati a fare i Sonic Youth nel 2004, quanto e come diversamente e meglio non potrebbero. La domanda è: può un esercizio di stile giustificare l'acquisto (il possesso) di un disco? Risposta: sì, e no. Ovvero, Nurse è un disco inutile per chiunque possegga anche solo un terzo della sonica discografia, soprattutto se pescata dal periodo aureo, intendo le annate che vanno dall'86 al '95. Tuttavia, è un buon disco nel quale questi quattro anzi cinque individui prestati al rock dall'alluce alla nuca dimostrano di avere la carne ancora soda e il nervo agile. Gli schemi melodico-strutturali suonano già sentiti e al limite esausti, eppure sono sempre capaci di sterzate deraglianti, di afferrare la potenza per la collottola e rovesciarla in testa all'ascoltatore con buone probabilità di tramortirlo. Esplica e riassume tutto Dripping Dream: parte come una sorta di folk-rock tintinnante su sostrato di stridule distorsioni, quindi muta agile su dinoccolati binari Rolling Stones per imbarcarsi in una lunga digressione di chitarre a ondate, a squarci, a palpiti, sul filo di riff frastagliati che si riallacciano infine al tema di partenza. Esercizio di stile, certo, ma sciorinato con baldanza d'altissima scuola. Così come l'espressionismo ombroso di una Paper Cup Exit si lascia sì ammirare per la ragguardevole conduzione (sulla perizia di questi ex-ragazzi non è il caso di discutere), ma ad un tempo si profila vetusta, fiaccamente marziale, impeccabilmente scolpita (e fin troppo smussata) su antichi modelli Daydream Nation. Vivono insomma di questo essere ineguagliabilmente loro stessi, i Sonic Youth, per quanto ormai diversi da ciò che furono. Ora li sorprendi impegnati a rosicchiare la silouhette di certe crepitazioni strutturate seventies che ne fanno una specie di versione modernista & modernizzata di Neil Young & Crazy Horse (quella Unmade Bed che sembra provenire in linea diretta da Freedom), ora a dissipare/reiterare/sgretolare angolosi fantasmi new wave (l'impeto radente di New Hampshire, le asprezze cinematiche di Mariah Carey And The Arthur Doyle Hand Creme), ora ad infilzare sequenze robotiche di riff secchi, brevi, taglienti come un kraut rock spampanato (la tesa Pattern Recognition).
Non nascondono certo il peso degli anni, non giocano a sembrarsi ragazzini, anzi affilano il gusto su fragranze più quiete, lasciano che il peso specifico di Jim O'Rourke spedisca la fisionomia sonica a farsi un giro dalle parti di certa AOR volatile (è il caso di Peace Attack), mettono il cappello senza scrupolo alcuno su vaporose soluzioni d'arredo Yo La Tengo (evidenti nella sordida I Love You Golden Blue). A proposito di quest'ultimo pezzo, la Gordon si rivela in grado di mettere sul piatto un tiepido "aspirato sabbioso" da qualche parte tra Georgia Hubley e Nico, senza dimenticare il solito impareggiabile "strozzato gutturale" capace di epifanie rock come riesce a poche agguerrite eredi (basti la disinvoltura nevrastenica della scellerata - e succitata - Mariah Carey And The Arthur Doyle Hand Creme). Un sospetto: che la "normale" produzione Sonic Youth serva vieppiù a raggranellare fondi per i loro progetti più "off" e - quindi - meno remunerativi. E una certezza: nonostante tutto (gli anni, l'abitudine...) continuano a piacermi, cazzo.
(6.6/10)
Scheda: Sonic Youth
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