Recensione
Post to Wire Richmond Fontaine
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Indie Folk Voti redazione e staff

Richmond Fontaine

Post to Wire

El Cortez

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Mettiamo subito le cose in chiaro e togliamoci il pensiero: i Richmond Fontaine sono la band meno alternative del panorama country americano degli ultimi anni. Brani intimisti à la Jason Molina ed aperture mediterranee à la Howe Gelb? Neanche l’ombra. Crooning a firma Lambchop ed inserti elettronici nello stile dei Wilco? Nemmeno per sogno. Semmai, le caratteristiche dominanti di questo Post to Wire risultano essere una slide guitar onnipresente e una scrittura folk-pop tra le più americane, a cui fanno corredo degli intermezzi sotto forma di cartoline recitate da parte di un fantomatico ragazzo che, nella loro genuina banalità ("vivo nel retrobottega di questo tizio che si chiama Ted, non guarda la tv e cerco di farmela passare", "ieri mi son rotto una gamba per quello non ti ho scritto e ah! Ho una nuova ragazza", "salutami Bob e George"), finiscono per connotare la proposta del gruppo in senso ancora più naif..

Eppure, nonostante la prima sentenza porterebbe senza appello in direzione del più becero country nashvilliano (all’incirca dalle parti di Altman), in questo disco niente in realtà è come sembra. Alla faccia della barbosa tradizione, i Richmond Fontaine cesellano derive desert-psych à la Friends Of Dean Martinez/Califone (Hallway) o grunge psych à la Screaming Trees (Willamette), ballate country (ir)regolari al retrogusto di Calexico (Valediction, The Longer You Wait, Two Broken Hearts), catchy pop diretto figlio dei Wilco (Barely Losing) e persino (anche se dalla regia suggeriscono Uncle Tupelo) un roccaccio springsteeniano con omaggio ai Genesis (Montgomery Park).

Post To Wire ha un enorme pregio: possiede un fattore depistante che fa sembrare traditional ciò che in verità non lo è. Le spezie indie-rock sono aggiunte con parsimonia, infilate quasi senza che l'ascoltatore se ne accorga, e questo anche grazie alla scrittura di Vlautin, semplice, onesta e americana nel senso più genuino del termine. Anche i testi, di primo acchito tutt'altro che profondi, nascondono una doppia veste: dietro un’apparente banalità si nasconde un'America di provincia che vive e sopravvive, che viene dimenticata ma vuole almeno affermare di esserci, di contare. Un album che non si oppone a nulla, ma che dice ciò che deve dire sapendo quando fermarsi: la forza di questa onestà e consapevolezza è a tratti sorprendente e - ciò che alla fin fine conta di più - l'ascolto ne giova moltissimo.

(6.5/10)

Pubblicazione: 01 Aprile 2004

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Edoardo Bridda
Edoardo Bridda (Album 2004)

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