Negli ultimi anni, mentre il post-rock non è più post (ma neanche pre), una via italiana a questa sensibilità musicale ha preso piede in svariate città. Bologna, con gruppi promettenti quali Franklin Delano e My Own Parasite, sembra essere l'attuale epicentro di un fenomeno che da qualche anno ha attecchito in Italia - particolarmente al nord ovest - grazie a capiscuola come Giardini di Mirò (Reggio Emilia) e Gatto Ciliegia (Torino), senza tralasciare la vivacità di centri come Pavia (Ultraviolet makes me sick) e Roma (Blueprint). Non per ultima parliamo ben volentieri di Varese, città dove ha sede la Ghost Records (insignita ultimamente del titolo di Etichetta dell'anno 2004), che ha dato occasione di emergere a realtà pop-rock come i Merci Miss Monroe e che ora punta sugli umori introspettivi di questi Hormiga.
Shore è l'album d'esordio del quartetto lombardo, un lavoro che evidenzia debiti evidenti verso gruppi quali Low, Califone (e più indietro Dirty Three, Labradford e Aerial M) e che pertanto si caratterizza su sonorità già note al pubblico affezionato a quelle realtà. Nelle dodici tracce, perlopiù strumentali, si passa da nostalgiche fotografie ambientali a sinistri presagi mai svelati, dagli odori dell'autunno alla quiete del focolare domestico; è il caso di First Drop, con i suoi refrain ariosi, le tinte avvolgenti dell'elettronica e quell'andamento tra l'intimità e avventura, o del prezioso gioco chitarra-basso a mo' di Tortoise su una field recording (simile ad un armeggio di corde sul ponte di una nave) in Happy Birthday Mr President, od ancora di Tokyo, che ricorda la timida sensibilità di certi Gastr Del Sol. Meno convincenti (e forse un po' col pilota automatico) Es Una Hormiga e I'll Fly Like Walter Stein, che sembrano già sentite una volta di troppo (indigestione da David Grubbs o Dave Pajo?); infine, piuttosto negativi gli sporadici approcci melodico-lirici di The Girls Leave The Circus - un buon lento pianistico dai sapori mitteleuropei - e la vagamente wyattiana The Moles Way Of Life.
Pur sobriamente ed amabilmente psichedelici, a tratti cameristici e - anche se in maniera un po’ troppo ortodossa e languida - naturalmente folk, gli Hormiga galleggiano senza sosta sulla linea di confine della citazione. L'ambientazione sonora è convincente, ben prodotta e arrangiata e il pathos non manca, ma la sensazione è che dovrebbero - e potrebbero - spingersi maggiormente verso territori inesplorati e sì, migliorare (o togliere del tutto) le parti cantate.
(6.3/10)
Scheda: Hormiga
Pubblicazione: 01 Gennaio 2004
File under: Post Rock
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