Ci sono svariati modi di fare politica attraverso l’arte e, in chi scrive, il comizio dal palco non ha mai incontrato gran favori. Nel limitarsi a declamare slogan, sfuggono alla visione quelle intercapedini in cui la gente comune finisce per cadere. dimenticata dai più. Ad esempio le masse di derelitti che marciano dritte nel tritacarne bellico, per le quali - causa i corsi e ricorsi della natura distruttiva umana - non esiste differenza tra la Marna e Bassora, il gas nervino e le bombe al fosforo bianco. Questo pare volerci In sostanza dire il regista Jem Cohen tramite questa splendida pellicola, emozionante e leggibile a più livelli: che la Storia si ripete e gli imperi sull’orlo del collasso generano un nuovo ordine mondiale. Cadeva l’autunno del 2007 allorché Cohen - tra le tante cose autore del favoloso Instrument dei Fugazi e di alcuni video dei giovani R.e.m. - venne chiamato a concludere l’International Film Festival di Vienna con Evening’s Civil Twilight In Empires Of Tin.
L’opera, ispirata in parte al romanzo The Radetsky March di Joseph Roth, sovrapponeva a immagini della Vienna antecedente il primo conflitto mondiale visioni contemporanee della capitale austriaca e di New York. L’impero americano come quello austro-ungarico ne uscivano come due Titanic in cui l’orchestra seguita a suonare mentre si cola a picco, tutti insieme inesorabilmente. Un’affermazione “politica” netta e tagliente, offerta sommando in modo indistinguibile letteratura, musica e coscienza sociale. Il commento sonoro alle immagini lo offrirono nientemeno che gli artefici del capolavoro North Star Deserter, al tempo fresco di pubblicazione: Vic Chesnutt e i Silver Mt Zion, più Guy Picciotto e l’ensemble sperimentale Quavers. Tra ondate di rumore controllato e una decostruzione anticata e ondeggiante della straussiana Marcia di Radetzky, si dipanano i fili di un folk cameristico da tregenda nelle immense Distortion e Sponge, in una What He Is And What He Ain’t degna del Waits più luciferino e nella riassuntiva Coward, composta per l’occasione.
Le immagini alternano sapientemente consunti fotogrammi d’epoca a paesaggi urbani qui avvolti in un granuloso grigio seppia, là riconsegnati ai propri cromatismi; sono simboli e scheletri di luoghi in cui le persone si aggirano come fossero brandelli di vita, velocizzate e rallentate secondo lo stile tipico di Cohen. Il quale si sofferma poi sui volti dei musicisti a coglierne il particolare rivelatore da un gesto, un’espressione del viso rubata durante l’esecuzione live, in tal modo abbattendo il muro tra il tema e la sua rappresentazione. Oltre il rockumentary e la denuncia, oltre il film d’autore e la sperimentazione sonora, camminiamo in una terra a sé stante. Rabbrividente e veritiera per come riassume un decennio di avvenimenti americani e pertanto anche mondiali che speriamo destinati a essere definitivamente archiviati. Si resta in quest’ora e quaranta minuti, al contempo incollati alla sedia e al muro. Necessario esporsi a tanta penetrante bellezza, oggi più che mai.
(8.0/10)
Scheda: AA. VV.
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