Recensione
Virginia Creeper Grant Lee Phillips
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Pop Rock Voti redazione e staff

Grant Lee Phillips

Virginia Creeper

Cooking Vinyl UK

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Questa recensione dovrebbe essere breve, pocherighe appena. Una cosa tipo: Grant Lee Phillips recupera in questo terzodiscosolista le atmosfere folk del debutto; la scrittura è felice come aibei tempi, attraversata da una dolcezza ombrosa; l'armamentario è quelloclassico del genere (banjo, chitarra e basso acustico, pianoforte, slideguitar, violino, drumming polveroso) concedendosi appena una tastiera vaporosa;diecipezzi originali (di cui un paio bellissimi) e una trepidante cover di HickoryWind, tanto per sottolineare dove spira il vento. Ecco, fine. Davvero non ci sarebbe bisogno d'altro.

Però… Cometacere il sollievo provato mentre Virginia Creeper sbocciava per la prima voltaalle mie orecchie? Lo spirito dell’america rurale, dei pionieri, l’attesadel carro coi saltimbanchi, la sedia a dondolo, il legno delle case bucato daitarli, la festa del paese attorno a quello che era il saloon dei cowboy, i sogniad occhi aperti sul porticato mentre l’odore della terra scaldato dagliultimi raggi del sole sale nelle narici. Insomma, l’America di campagna,quella del vecchio Clint, patinata, puritana, buonista. Da Vecchia Romagna, sì, eppure quella lì, quella che piace a quellicome il Liga e quella che conquista immediatamente chi ha ancora la voglia disognare e lasciarsi alle spalle quelle distinzioni da quattro soldi tra noie voi, tra chi è stucchevole e chi è raffinato, tra ricchi e poveri,tra studiati e ignoranti.

Quella voce magnifica, che sembrava smarrita dopo il dissolversi neppuretroppo glorioso dei Grant Lee Buffalo, poi ritornata intima e quasi timorosain Ladie's Love Oracle, per poi azzardare l'ibridazione con i pastelli elettronicidel pur accattivante Mobilize e - ahinoi - trafiggerci partecipando ad unpezzodell'orrido Bunkka a firma Paul Oakenfold - il cui (im)mondo è quantodi più distante potrei immaginare dalla vena misteriico-folcloristicadel Nostro. Ecco, questa voce qua. Questo stesso registro che un tempo m’infiammava coi falsetti e coi grevitoni dolceamari: eccolo, indenne, indifferente, impermeabile a tutto quelloche non sia una storia minima da raccontare, purché affondata in un ventremisterioso, dalle venature inquiete, colla pistola nel cassetto, mentre fuoriprosegue lo spettacolo di un ennesimo tramonto su una frontiera mai del tuttodomata, compresa, metabolizzata. Un teatrino vaudeville che attende nell'ombra, lanterna magica in cui storiedi cristallo si agitano al ritmo di tempi sepolti, dissotterrati con pochepennatee il giusto coinvolgimento del cuore.

Cos'altro è Calamity Jane se nonun fantasma fermo all'incrocio, Dirty Secret un microdramma compresso ad abbracciareil crepuscolo, Mona Lisa il ricordo di un sorriso davanti alla marmellata suldavanzale. Susanna Little non ci guarda forse negli occhi da quel sogno nellapalla di vetro colla neve che s’agita? Lily non ci tende la mano per ilballo?

Quelle di Virginia Creeper sono ballate acustiche mid-tempo, ovvero a passod’uomo con un paio di chitarre acustiche a tener il ritmo, un banjo comepiccolo chiavistello della struttura armonica, un violino in raddoppio o a calcareuna melodia che è sempre proprietà della voce. Queste cose qua,dicevo. Queste che si fanno da tanto tempo. C'è il Tom Petty più trepido (Josephine Of The Swamps), il BobDylan dal cuore infranto (Always Friends), i Grant Lee Buffalo - ebbene sì -con le spine staccate (la niente meno che meravigliosa Far End Of The Night,che ci benedice con un quartetto d'archi stritolacuore). C'è questo discoche non so fare a meno d'ascoltare. C’è questa voce con tutte lesue sfumature a illuminarti la casa, a riflettere le ombre sul muro, ad accendere il fuoco.

(7.5/10)

Pubblicazione: 01 Febbraio 2004

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2004)

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