Junk Magic celebra il jazz, nella sua versione più contaminata e ibridata, quale elettricità emotiva viva, calderone stilistico enesauribile, ma anche soffio malato dell’anima e, forse ancor più di tutto, incantesimo – quello che ci suggerisce il titolo – delle cose "dappoco".
Ma si tratta di un "dappoco" dell’attitudine musicale, non dei suoi contenuti; umile, eppure ricco e variopinto nelle sue sfumature, il nuovo disco del pianista dell’Indiana Craig Taborn trascina verso derive creative imprevedibili quei semi sonori sparsi dal musicista lungo una carriera ormai vecchia quasi un 15ennio. Per citare solo due sue collaborazioni, egli suonò negli album-capolavoro "Nine To Get Ready" (di Roscoe Mitchell, 1999) e con la mutante creatura post techno-jazz di Carl Craig Innerzone Orchestra (1999).
Prima, ad onor del vero, aveva esercitato il suo magistero creativo con "big shot" del calibro del James Carter Quartet e, più recentemente, con Tim Berne (Quic ksand). Craig, visto il pedegree inoppugnabile, era quindi pronto per il gran balzo con la Thirsty Ear, nella cosiddetta, ammiratissima, "Blue Series" (dedicata dalla label al jazz meno convenzionale e a maggior tasso d’ingegnosità). Accompagnatori eccellenti, lungo le 7 tracce di Junk Magic, sono i talenti riconosciuti David King, Matt Maneri e Aaron Stewart. Sassofono tenore, batteria, viola, piano e diavolerie al laptop dello stesso Taborn tacciano, lo si può evincere, traiettorie stilistiche eterodosse al massimo, brano dopo brano: la jungle bisbigliata da mille vocine elettroniche capricciose della composizione eponima, il jazz modale rotto dalle scansioni drum’n’bass della batteria per Mysterio e ancora la sonnambulia stratificata degli strumenti che s’accavallano, silenti e dimessi, nell’atmosferico di Shining Through.
Ogni pezzo ha un suo vestitino armonico, cucitogli addosso su misura dal combo, capace di sposare la bellezza di passaggi strumentali in sordina con ritmiche galoppanti e rotte. Su di esse, Prismatica, la classica improvvisazione jazzy e modale si innesta, qui domata da un sassofono languido e verace, a creare soluzioni mai risapute. Un be-bop cui avessero spezzato i legamenti e rotto le giunture armoniche suonerebbe forse così. Molto emotivo e per niente ‘free’ (qui di ‘free’ c’è solo l’elettronica e i sobbalzi del drummer boy).
Conclude splendidamente, nel soffuso bagliore electro-cangiante dei suoi 11 minuti, la mastodontica The Golden Age, rimasticante persino frammenti di Schulze, Tangerine Dream, Innerzone Orchestra, breakbeat angolari e divagazioni melodiche, lente e poetiche quando non cacofoniche, della viola scorbutica di Maneri.
(8.0/10)
Scheda: Craig Taborn
Pubblicazione: 01 Aprile 2004
File under: Elettronica
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