L’uomo che compone “musica per stati d’animo da 4.00 del mattino” ritorna in proprio. Dopo la parentesi in compagnia di Aidan Baker, Tim Heckerriprende il discorso avviato con Harmony
In Ultraviolet regalandoci un nuovo saggio di allegoria ambient. An Imaginary Country, volendo smentire i dettami dell’autore, lo si può ascoltare in qualsivoglia fascia oraria, che sia notte fonda o l’inizio di un nuovo giorno, visto che l’effetto sarà sempre di totale trascendenza.
Meno austero del predecessore, il lavoro si stende alla maniera di un concept il cui soggetto è un immaginario paese esistito un secolo addietro (100 Years Ago), bagnato da acque pulsanti (Sea of Pulses, arricchita da un beat che fa tanto Jetone, il moniker minimal techno del Nostro) che cingono l’umorale ambiente (l’elegiaca Borderlands) affinché i corvini orizzonti in lontananza (Her Black Horizon) vi si possano specchiare imponenti. Non si esagera se ci considera Tim Hecker alla pari dei Flying Saucer Attack oppure, giusto per rimanere nel presente, evocativo quanto l’ultimo Fennesz. C’è vita dopo Black Sea.
(8.0/10)
Scheda: Tim Hecker
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