I Rahim fanno canzoni, di quella guisa che innerva tutto attorno alla melodia, alla costruzione vocale solista e coristica. Niente virtuosismi, sia chiaro; ma sulla strada della chiarezza neanche solo quello, in Laughter. E forse qui sta il problema maggiore. Primo, le strutture degli accompagnamenti strumentali fanno spesso il verso a quei tocchi incrociati batteria-basso-chitarra che furono del post-rock americano, tanto di Louisville che di Chicago, declinati qui alla dilatazione e al pochissimo rumore. E però, secondo, il gioco non sempre riesce ai quattro di Long Island, al loro secondo disco.
Non è solo questione di melodie a volte imbarazzanti (Cities Change); c’è che con la finta destrutturazione si rischia di spezzare decisamente in due i brani, con la voce che va da una parte e gli strumenti che provano a essere più sofisticati negli arrangiamenti. Meglio le armonie di Of Course, che iniziano a spostare la bussola indietro nel tempo, o la quasi beatlesiana Dark Harbors; e soprattutto la title-track, a fine album, che si smarca del tutto dalla tendenza delle prime tracce del disco, estraendo dal cilindro sapori di primi Settanta post-acid, si direbbe jethro-tulliani.
Ovunque di positivo – e raro, per certi versi – c’è che le melodie vocali non sono mai troppo patemizzate. Ma visto i successi con i decenni precedenti, facciamo in conclusione una proposta; Rahim, dimenticatevi i Novanta.
(6.0/10)
Scheda: Rahim
Pubblicazione: 01 Febbraio 2009
File under: rock melodico-cantautoriale
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