Terre di mezzo. New York è stata spesso la città che ha visto nascere ritmi e melodie creoli, la sede che ha ospitato germinazioni e inseminazioni tra generi, a volte a coppie, a volte misti e improvvisi come una discendenza che si manifesta all’ennesima generazione. La città non può che permeare il prologo alla recensione di NYC - quarto parto della coppia formata dal Four Tet Kieran Hebden e dal batterista jazz Steve Reid -, che a sua volta del resto probabilmente non può fare a meno di metafore di filiazioni e incroci. Per un motivo almeno; i precedenti (tre) dischi del combo erano sì all’incrocio tra le due musiche degli autori, ma giocavano sul terreno fertile e per certi versi neutro del free jazz, dell’impro, e quindi da un certo punto di vista erano più sbilanciate verso quello che dei due fa il jazzista di mestiere. NYC invece cerca altrove; il luogo lo sappiamo dal titolo, il concetto lo si può desumere senza troppe difficoltà; è quel genere musicale che può indicare un punto di tangenza neanche così sottile tra Kieran e Steve; quella cosa che contiene la pulsazione del funk di fine Settanta (1St & 1St) che a volte si suole chiamare mutant-disco, peccando di imprecisione sineddotica; il sibilo dei synth (Arrival); il ritmo fisso dei crescendo; il groove sintetico e grasso (Lyman Place).
E pensare che una operazione così chirurgica è il prodotto di soli due giorni di registrazione. Ma non può neanche troppo stupirci la cosa; i due si sono studiati, prestati entrambi a concessioni e prove – quasi sempre soddisfacenti, peraltro; e ora hanno scoperto, guardando verso New York, che a loro due piace anche fare le stesse cose. Né distanti o più vicine più all’uno o all’altro; semplicemente spinti dalla percussività che monta fatta da elettronica e batteria. E sentite la finale Departure; ritmo, pause e ripartenze che esaltano le due parti in causa e ne fanno sentire la reciproca necessità; una sincronia di intenzioni di impressionante efficacia; il brano meno newyorkese forse, quasi continentale, si direbbe qui in Europa; una specie di jazz-motorik four-tet-iano; senza troppi giri di parole, un piccolo capolavoro.
(7.2/10)
Scheda: Kieran Hebden, Steve Reid
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