Mischiare rock in forma libera e psichedelia sognante, carcasse da rock krauto maciullato e prog mutante, tribalismo primitivista, rumorismo e ninnananne ossessive. Questa la missione dei 4 Raccoo-oo-oon, di cui purtroppo questo omonimo è l’inatteso canto del cigno.
Musiche ostiche, difficili, a volte dissonanti, a volte sussurrate, sempre in modalità improvvisativa e suonate non con piglio e supponenza arty, ma con semplicità quasi infantile, giocosa, tanto è facile immaginarseli immersi nei boschi dell’america rurale, tra amici, impegnati in sessions più vicine a baccanali orgiastici che a vere e proprie sedute in sala prove.
È proprio nella totale libertà da schemi e strutture che Raccoo-oo-oon da il meglio di sé; nel far convivere nello stesso pezzo, l’una accanto all’altra, cifre stilistiche agli antipodi come xilofoni cinguettanti e percussività free, slabbrature synthetiche e chitarre accordate a caso, stralci della tradizione folk americana e avant-rock devastato.
Forse – ma è solo un pensiero ramingo – proprio lì risiede(va) il fascino e il miglior pregio dei Raccoo-oo-oon. Che sia la vastità degli spazi geografici o quella dei confini di una società culturalmente mista, resta un mistero per noi europei. Di certo c’è che mai canto del cigno fu più inaspettato e triste. Ad memoriam.
(7.5/10)
Scheda: Raccoo-oo-oon
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