Recensione
Pains Of Being Pure At Heart Pains Of Being Pure At Heart
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noise-pop Voti redazione e staff

Pains Of Being Pure At Heart

Pains Of Being Pure At Heart

Slumberland

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Rinnova la sua fama la Slumberland con l’esordio di un quartetto misto dal nome terribilmente adolescenziale. E rinnova anche i fasti di quel noise-pop zuccherumoroso che trova proprio nel catalogo della label una delle sue gemme più nascoste: i Black Tambourine.

Alex (basso), Kip (chitarra + voce), Kurt (batteria) e Peggy (tastiere + voce) – questi nomi e strumenti del quartetto newyorchese – sono tre imberbi fanciulli e una nippo-girl tutto pepe in fissa con la musica più semplice del mondo, da quando i fratelli Reid accesero gli ampli scoperchiando il vaso del feedback-pop: declinare al verbo del rumore le melodie più poppy e appiccicose del rock. Affogarle in un oceano di riverberi e delay, quasi a volerle soffocare, nella consapevolezza che le melodie riemergeranno da quel marasma come niente fosse. Prendete come ottimo esempio Contender, l’attacco del disco. Gioca su accordi che sembrano quelli di I Don’t Wanna Grow Up di waitsiana memoria, ma è solo una fugace impressione. Quando entra la voce, catturata a rimirarsi le scarpe su un tappeto di distorsioni gentili, esplode il caleidoscopio: reminiscenze Cure virati shoegaze (This Love Is Fucking Right), trasposizioni Pastels (Gentle Sons), svisate indie-nostalgiche (Stay Alive), echi morriseyiani (Everything With You), immaginario college nei suoi dettagli più apparentemente insignificanti (A Teenager In Love).

Un debutto coi fiocchi e un disco da avere. Perché ogni tanto si ha bisogno di tornare adolescenti sognanti, così come ogni tanto si ha bisogno di canzoni. E qui ne trovate di meravigliose.

(7.0/10)

Pubblicazione: 01 Febbraio 2009

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Stefano Pifferi
Stefano Pifferi (Album 2009)

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