Recensione
Painted Shadows Plastic Crimewave Sound
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rock Voti redazione e staff

Plastic Crimewave Sound

Painted Shadows

A Silent Place

Per capire con un solo colpo d’occhio la filosofia di Steve Krakow aka Plastic Crimewave, basta prendere uno dei suoi Galactic Zoo Dossier. In pratica una vera e propria fanzine da lui curata (anche se venduta dal mailorder della Drag City), interamente disegnata a mano e con argomenti rigorosamente scelti, come – cito a memoria -  articoli sui classici della dark psichedelia, oppure sugli horror movies hippie e interviste a gente come Clive Palmer o Ed Askew… 

Il mondo di Krakow sembra flirtare da una parte con la psichedelia hard di Julian Cope, dall’altra con lo sballo acido di Wayne Coynee dall’altra ancora con qualcosa di completamente inedito ma paragonabile con il culto feticista per l’exotica. Un personaggio quindi con un senso della musica e dell’arte che oscilla perennemente tra il retrò e il kitch bello e buono. Che poi la sua band sia ormai da tre dischi che pesti duro regalandoci alcuni dei migliori nuovi anthem psych rock non è certo di secondaria importanza. Painted Shadows, quindi, potrebbe essere un bel lasciapassare per addentrarsi in un mondo come quello di Krakow, in cui non è certo facile immergersi e per mandare finalmente i Plastic Crimewave Sound nel patheon dei nuovi psichedelici, da qualche parte tra Black Angels o Indian Jewelry. Confidiamo quindi nella qualità del disco e nel fatto che per la prima volta non si dovranno aspettare mesi e mesi per vederlo in formato cd, come accaduto per i precedenti che hanno vissuto a lungo in esclusiva versione vinile.  

Painted Shadows prende il titolo dalla pratica in voga nell’espressionismo tedesco di dipingere le ombre direttamente sulla pellicola. Come riferimento culturale alla sacra scuola d’arte d’Alemagna, si fa centro pieno, perché di tutti i dischi pubblicati fino ad ora, questo è certamente quello dalle vibrazioni meno garage e più cosmiche. L’introduttiva I Feel Evils immerge subito in una nebbia wave che sembra essere stata filtrata dalla matrice dei Loop di Robert Hampson. Questa, insieme alla successiva (Can't) Turn The Key, gli episodi più orecchiabili e “darkwave”. Le tirata acide non mancano comunque come si capisce quando attaccata la ronzante e febbrile ritmica (quasi motorik) di The Grip e della successiva Ecstatic Song. Ma il capolavoro del disco arriva alla fine con la title track: venti minuti di delirio cosmico che suona un po’ come uno scontro tra titani, su una ideale battlefield che frulla di tutto, dagli Hawkwindai Pink Floyd, dagli Stooges ai Motorhead passando per quintali di krautrock. E’ questo il suono del più feticista di tutti i messia rock contemporanei.

(7.5/10)

Pubblicazione: 14 Marzo 2009

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