Recensione spot
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Genere

folk rock

Data di uscita

Marzo 2009

Pubblicazione

04 Aprile 2009

Elvis Perkins In Dearland

Elvis Perkins

XL

Di lui avrete forse apprezzato l'esordio Ash Wednesday (XL / Self, 13 luglio 2007), celebrato fin dall'uscita come uno dei migliori album di stampo folk sfornato da questi anni zero. Probabilmente ricorderete anche qualche particolare biografico, vista l'assoluta peculiarità: classe '76, Elvis è figlio del grande attore hitchcockiano Anthony Perkins (morto di AIDS nel '91) e della fotografa Berry Berenson (morta nell'attacco alle Twin Towers dell'undicisettembre), nonché nipote della stilista Elsa Schiaparelli e pronipote dell'astronomo Giovanni Schiaparelli. Casomai non bastasse, dall'albero genealogico potreste cogliere nobili, atleti, diplomatici, teosofisti...

Come da tutto ciò sia uscito un folksinger fa parte dei misteri che rendono gustosa l'esistenza, fatto sta che Mr. Perkins e i suoi Dearland sono una band dal ragguardevole impatto, il cui approccio alla materia suona febbrile e generoso, sottilmente esotico e inguaribilmente balzano. Con questo omonimo secondo lavoro dimostrano almeno d'aver smaltito quell'inevitabile retrogusto luttuoso vagamenteEels, spostandosi dalle parti d'un M. Ward colto da nevrastenia Okkervil River. Anche la voce sembra più sbrigliata, echeggiando ora nuances Roy Orbison (nella processione a cuore bigio di Hours Last Stand), ora l'appassionato flemma di Paul Simon (soprattutto in I Heard Your Voice In Dresden) oppure la devozione strascicata d'un Jeff Magnum (nella malinconica 123 Goodbye). Quanto ai pezzi, beh, sono folli e trepidi, improbabili frenesie capaci di svolte incantevoli e striscianti ripescaggi mnemonici (che spaziano dal Dylan più grifagno al Van Morrison più estatico), tirando in ballo spesso e volentieri ebbrezze sgangherate da brass-band (Doomsday, Send My Fond Regards To Lonelyville).

Tra una Shampoo che ti spiazza col passo epico e le analogie stralunate, una I'll Be Arriving che trascina blues in un bitume d'hammond e la struggente levità di Chain Chain Chain, si consumano gli estremi poetici di un album forse non all'altezza del predecessore, se volete meno intenso e un pizzico più giocoso (casomai fosse una colpa), ma dalla statura indubbiamente elevata.

(7.3/10)

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