I Bees, due ragazzi originari dell’Isle of Wight perdutamente innamorati del garage rock psichedelico di metà anni ’60, tornano a farsi sentire dopo un’incoraggiante prima prova (Sunshine Hit Me, 2002, forte di nomina per il Mercury Prize) con Free the Bees, programmatico sin dal titolo. Se l’intento di produrre musica in perfetto stile sixties era già abbastanza evidente nei solchi del lavoro passato, stavolta si fa davvero sul serio: per ricreare appieno quei suoni e quelle atmosfere, Paul Butler - frontman nonché produttore dell’album - e Aaron Fletcher hanno addirittura fatto ricorso al calore analogico, vecchio di quarant’anni, delle antiche apparecchiature dei prestigiosi Abbey Road studios, avvalendosi di tecniche di registrazione e di un armamentario rigorosamente vintage (hammond, fiati, piano elettrico, chitarre Rickenbaker e quant’altro). Facciamo subito una doverosa precisazione: questo non è uno dei revival come quelli a cui siamo stati abituati negli ultimi tempi. Ogni operazione di quel tipo presuppone che il passato ‘rivitalizzato’ venga comunque filtrato attraverso la lente della contemporaneità, riuscendo così a diventare costume, moda, tendenza; quello perpetrato in questo disco, invece, è un recupero estetico che ha del filologico, tanto preciso da sfociare nel falso storico: i Bees non riecheggiano, sono una band degli anni ’60, riuscendo per giunta ad essere credibili più di tanti loro contemporanei. Possibile? Sì, se dalla parte di questi musicisti c’è, in aggiunta al fascino insito nella proposta stessa, una scrittura sicura che, alla stregua dei Beta Band più addomesticati o dei Gomez meno funambolici, riesce a fondere in un approccio tritatutto numi tutelari come Byrds, Who, primi Pink Floyd, Grateful Dead e (ovviamente) Beatles, mantenendosi sempre sulla linea della piacevole citazione stilistica senza scadere nel plagio. Quello che i Bees ci offrono è un viaggio nel tempo avvolti in una mesmerizzante nebbia sixties, che confonde le coordinate spazio-temporali in uno sciorinare di generi e di umori: dalla psichedelia “storica” (These Are the Ghosts, No Atmosphere) alla ballatona strappacuore (I love you, ovvero With the Beatles meets Pet Sounds), dalle filastrocche lisergiche (The Start, Go Karts) al più sciocco dei balli di gruppo (l’irresistibile Chicken Payback), l’album procede come una corsa sull’Helter Skelter. Che si tratti del vaudeville barrettiano Wash in the rain o del country-beat Buffalo Springfield One Glass of Water, passando per il mid tempo doorsiano Hourglass fino all’apocrifo byrdsiano This is the land, i Bees riescono sempre a tenere alto l’interesse dell’ascoltatore, alternando e fondendo sapientemente stili diversi anche all’interno dello stesso brano (si veda Horsemen, che da una strofa carica di spigolosità Stones/Who si stempera nella soffice acidità del ritornello, o lo strumentale Russian e i suoi cambi di ritmo ai limiti del dub). Nostalgico? Indubbiamente sì. Fresco? Potete scommetterci. Come questi due aggettivi possano riferirsi allo stesso disco, chiedetelo ai Bees.
(7.0/10)
Scheda: Bees (The)
Pubblicazione: 01 Luglio 2004
File under: Pop
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