Recensione
Tracks and Fields AA. VV.
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Indie Rock Voti redazione e staff

AA. VV.

Tracks and Fields

Kill Rock Stars

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In questi tempi di revival imperante, di corse all’ultima emulazione, di nuovi miti rock rapidi tanto nell’ascesa quanto nella caduta, di ormai avvenuta globalizzazione di tutto ciò che fino a una decina di anni fa rappresentava l’essere ”alternativo”, c’è ancora spazio (irriducibili dinosauri a parte, s’intende) per il caro, vecchio indie rock? O meglio, in questo contesto, quale valore può ancora assumere il tanto amato sottobosco? La risposta a questi annosi quesiti ce la offre la storica Kill Rock Stars con questa Tracks and fields, monumentale doppia compilation intesa come parte di una trilogia iniziata due anni fa con Fields and Streams e destinata a chiudersi nel 2005/2006 con Roads and Tracks; notare che la label di Olympia non è nuova a quest’operazione: i gloriosi ’90 avevano già visto la pubblicazione della triade Kill Rock Stars / Stars Kill Rock / Rock Stars Kill. Contrariamente a quanto si possa pensare, non siamo in presenza del solito sampler volto a promuovere nuove speranze: quella che ci viene offerta è una visione della scena indie statunitense attraverso la lente della KRS stessa, non importa se le band qui presentate siano ad essa affiliate o meno. Il panorama così immortalato è vario e policromo, il menu è succulento e corposo: 41 tracce divise tra un cd (Tracks) più “rock” (virgolette obbligatorie) e uno (Fields) più sperimentale; difficile quindi rimanere insoddisfatti da cotanta messe, ogni categoria di ascoltatori viene scrupolosamente contemplata e, nella maggior parte dei casi, accontentata. In linea di massima, le cose migliori si trovano quando non vengono sterilmente rievocati classici luoghi comuni punk (vedi tra gli altri, i Ramones debitamente omaggiati dalle Sahara Hotnights in Rockaway Beach) e indie di scuola Dinosaur Jr, Pavement, Pixies, Sonic Youth (tra l’altro qui presenti, senza Kim Gordon, sotto l’ennesimo pseudonimo Male Slut), o quando la sperimentazione non si traduce in rumorismi fini a se stessi, siano essi generati elettricamente (John Wilkes Booze, Jucifer) o elettronicamente (Measles Mumps Rubella, Sleetmute Nightmute, Need New Body). Sul versante più obliquo, il materiale più stimolante porta la sigla di Antietam (This lush life, semplice, diretto ed efficace mix di sonorità wave vecchie e nuove condito da deliziosi inserti di viola), The Capricorns (Steve and Tiffanie, electro pop prettamente eighties), His name is alive (Peace in Detroit, godibile miscela di dub e jazz con belle aperture r’n’b), The Legend ( I’m not like that, dark wave d’annata con canto sgraziato alla David Thomas), Radio Berlin (Bright things, sorta di versione cattivissima di Interpol e Rapture), Paper chase (I’m your doctor now, piena di bizzarrie e stravaganti giochi di cut up) e Bro. Danielson(Our Givest, quadretto acustico psichedelico ricco di giochi vocali); sopra la media, gli Sparks di This town ain't big enough fof both of us rimaneggiati da King Cobra (forse più per merito dell’originale?), la techno alla Stereolab infarcita di wah wah e vocoder targata Slumber party e le casualità tra elettronica e lo-fi dei Young People, autori di uno degli episodi migliori, la desolata e spaziale Version Valley. Sul versante cantautorale meritano un ascolto la Suzanne Vega in salsa western proposta dai Lovers, il delizioso pastiche vocale per chitarra e organetto di Nedelle, il country apocalittico per banjo e archi stridenti di Laura Veirs, il gioco di rimandi tra Slowdive e Belle and Sebastian di Cynthia Dall (Eric’s song), il folk intimista a metà tra Elliott Smith e Will Oldham di Thanksgiving e, sopra tutti, l’ideale incontro tra Barrett, Lennon e Malkmus a nome di Alaska. Non mancano godibili esempi di “indie” classico, come i Superchunk, autori di un ottimo guitar pop a metà tra J Mascis e Neil Young, Buff Medways, sporchi e blues à la Jon Spencer, e i Biography of Ferns, band garage-jingle jangle un po’ Byrds un po’ primi R.e.m.; tra i cloni, i calchi di The Charades e Shoplifting sono da dimenticare in fretta. In coda, va segnalata la presenza di nomi già noti come Xiu Xiu(qui presenti con una spoglia versione di Clowne Towne che mette in evidenza la vocalità di Jamie Stewart), Devendra Banhart(Poughkeepsie in bassa fedeltà è, de facto, una registrazione anni ’30: bellissimo) e Decemberists (vittime delle usuali fascinazioni brit pop di cui è intriso il loro Her Majesty).

Di fronte a tanta abbondanza, la risposta alla (retoricissima) domanda posta in apertura non può essere che affermativa, come si può facilmente intuire. Attenzione però: viene da sé che, oggi come ieri, la musica del sottosuolo non è invisibile, è solo ben nascosta, e aspetta solo di essere trovata. In tal senso, Tracks and Fields è un ottimo punto di partenza. Buona caccia.

(7.0/10)

Scheda: AA. VV.

Pubblicazione: 01 Aprile 2004

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Antonio Puglia
Antonio Puglia (Album 2004)

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