Un disco maiuscolo, Liars And Prayers, per la
maniera in cui scaglia addosso gli argomenti che affronta e per il
valore, evidente nonostante la modestia con cui è offerto. Facile
capire le ragioni di un controsenso solo apparente: poiché se è vero
che la via per ridare credibilità al rock - o quel che ne resta - passa
dalla Canzone, il presupposto dev’essere il confronto ad armi pari col
passato, non la resa incondizionata.
Questo va facendo Thalia Zedek da tre lustri, e per una seconda volta le è riuscito di raccogliere ogni suggestione, ogni segno, ogni frammento per ricostruire la dimensione moderna del songwriter. Con naturalezza, affidandosi all’eterno compagno di viaggio che le siede accanto, un blues come condizione spirituale, interpretato come in pochi contemporanei è dato modo d’ascoltare. Nessuna pantomima o messa in scena, solo lirismo allo stato puro.
Una serie di ottimi indizi sta a monte di questo suo terzo disco solista: la costituzione di una Thalia Zedek Band che non è fittizio paravento (facce note come David Curry e il batterista Daniel Coughlin si affiancano al bassista Winston Braman e a Mel Lederman, ex Victory At Sea, dietro al pianoforte); una voglia costante di raccontare sentimenti e disgrazie personali, che poi sfociano nella politica del quotidiano e menano fendenti contro l’amministrazione Bush; infine, quel bisogno di liberare la rabbia in forme meditate ma non per questo indebolite, anzi.
Le maiuscole, dicevamo: servono per gridare, non strepitare a
vuoto. Graffia di nuovo, la bostoniana, insinuando il dubbio che mai
abbia davvero smesso di sbrogliare la sua intensa emotività; un marchio
di fabbrica che resta lungo le trame dei brani, dove piano e violino si
abbracciano e inseguono, dove la Nostra suona più che mai figlia di Patti Smith e Marianne Faithfull (l’epica frastagliata Body Memory) e sorella del Nick Cave mediano e di Greg Dulli (Next Exit e Begin To Exhume farebbero un figurone su Congregation).
Tradizione strapazzata e scrittura commovente (affligge, We Don’t Go,
eppure non te la levi di dosso…) enfatizzate dalla cura del dettaglio
strumentale, ma non crediate che sia facile. Non una nota di troppo
nella Lower Allston sbatacchiata tra fantasmi “rock poetry” e visioni Calexico; niente passi falsi nei cambi di marcia che attraversano Do You Remember e Come Undone; assenti le rughe nel country - che pare strappato a Leonard Cohen - Green And Blue.
La concitazione e l’urgenza di comunicare appartengono a una ventenne, forme e mezzi a chi ha mezzo secolo di vita sulle spalle: ecco la spiegazione di quanto solleva Liars And Prayers dalla mediocrità estemporanea che ci sommerge. Non sarà impresa facile entrarvi, serviranno quelle ore che “non abbiamo” ma che è opportuno scovare per ripagare un talento raro. Conservate Liars And Prayers sul comodino, magari a fianco di Evangelista. Poi lasciatevi lacerare l’animo, almeno una volta al giorno. Vi farà bene.
(7.8/10)
Scheda: Thalia Zedek
Pubblicazione: 05 Aprile 2008
File under: Indie rock
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