E' giunto il momento di parlare dei Jim Yoshii Pile-Up. Per tante ragioni diverse e tutte valide.
Prima di tutto perché il post-rock ritrova la parola. Per la qualità di un'operazione non gratuita e per niente facile: ricominciare dalle basi stesse della musica pop. Paradossalmente, o forse neanche tanto, ci si mette più in gioco in questo modo che a tirare fuori ancora feedback, reminiscenze kraute, assiomi math. Non è un caso che ascoltando l'ultimo Homemade Drugs, uscito sul finire dell'anno scorso, siano venuti in mente non solo i Mogway meno lisergici, o se preferite dei GBYE più asciutti e minimali, ma anche gli Smiths, magari al rallentatore. I Jim Yoshii Pile-Up non si abbandonano a semplici sensazioni o sentimenti più o meno strazianti, ma scrivono canzoni, raccontano piccole storie che in parte devono qualcosa a Carver. Così come devono qualcosa al sole di Oakland, e alle ombre di uno stato, la California, che ha ospitato mutazioni sonore, rivoluzioni sociali, sogni e incubi yuppies, Charles Manson e Beach Boys.
Facciamo un passo indietro, e precisamente alla fine degli anni '90 quando i JYPU si chiamavano ancora Andymat e cominciano a provare le prime canzoni. L'idea principale è di trovare vie alternative al post-rock che finora aveva sfornato piccoli grandi dischi ma anche tanti altri dischi che finivano per assomigliare a qualcosa che, fra l'altro, era già in fase di stallo. Il rischio di essere dimenticati, e pure in fretta, è più che tangibile, dai Tortoise fino alle ultime leve. E retrospettivamente sono poche le uscite memorabili e che segnino in qualche modo il passo.
Detto questo non c'è da stupirsi che i primi vagiti dei JYPU, l'EP omonimo del 1999, sia riconducibile a quella temperie. A questo punto entrano in gioco altri fattori, e non tanto compositivi quanto di creatività. Infatti la maggior parte delle canzoni riescono a fare quello che altri gruppi non sembrano più in grado di fare, a partire dalla melodia anche reiterata ma non programmaticamente. Si veda l’album di debutto uscito nel 2001 per la meritevole Absolutely Kosher (un’etichetta finalmente distribuita anche qui da noi, da Goodfellas), quel “It’s Winter Here” che ancor oggi smuove neuroni e coronarie. All’ascolto sembra proprio un altro album di post-rock chitarristico iniettato di melodia, feedback e quant’altro (fra l’altro le chitarre sono ben tre), ma alla lunga escono fuori le qualità del gruppo, la voglia di abbandonare una musica solo strumentale. Del resto canzoni come Jetzt Mit Iodine non nascono per caso: palpabile la scelta di far uscire la parola, il testo che viene mormorato fin dalle prime note nonostante sia poi subissato dal crescendo delle chitarre. Il discorso viene però ripreso immediatamente dalle successive Shark Repellent e Breakdown che cominciano a delineare anche la dimensione spaziale/lirica del loro immaginario: stanze in cui sembra mancare sempre qualcosa, spesso un lui o una lei (“And often when I’m sitting in my room/I stare at my poster of Prince/and sometimes I think of you. And I spit when I do.”), paura e voglia di andare via (“You ask me what’s my greatest fear/Honey, it’s living here earning $6.50/hr. And I feel like I'm being tested”), ancora stanze e cose non dette (“It’s far too late for me to say what I should say to you/or should have said two years ago by now/And so, goodnight.”) o il breve spoken all’inizio di Monotologue, vera e propria short-story carveriana.
E naturalmente la musica. L’interazione vecchio/nuovo, pop e post-rock, è declinata in vari modi, ma sempre con un occhio all’equilibrio delle parti, e varrà la pena sottolineare ancora una volta il senso della melodia dei JYPU, quasi mai gratuita né facile supportata dalla bella voce di Paul Gonzenbach. Il crescendo, le progressioni non sono più solo della musica quindi e non è raro trovare Paul che ci sta dietro o come almeno dia il ‘la’ alle danze, come nei quasi dodici minuti di Before I Left, After I Got Back.
Nel frattempo il quintetto di Oakland rimane sempre un quintetto, ma Sikwaya Condon viene rimpiazzato da Noah Blumberg, e la musica non cambia, anzi sì. Non ci sono grandi stravolgimenti nel suono di “Homemade Drugs” (sempre Absolutely Kosher) ma la dimensione narrativa e pop sembra decisamente farsi strada nella materia post-rock, che pure rimane a caratterizzare la maggior parte dei pezzi. Non è un caso che aumentino le parti cantate, che la durata media sia di quattro minuti, e che i testi siano spesso un dialogo con qualcuno che stavolta c’è, o che c’è stato, come a circoscrivere lo spazio lirico all’interno della coppia. (“You keep me waiting/I’ll be gone before too long. I want to show you what art means/ I want to kiss you in the morning”).
Queste sono canzoni d’amore neanche tanto al rallentatore, parlate, cantate e trasmesse. Spiccano sulle altre Reckless Driving, Haunted Rooms, 3 + 1, Lines Drawn e Double Negative, una delle loro migliori prove in assoluto. Canzoni normalizzate, standardizzate quindi? In parte sì, c’è meno varietà, e per chi già li conosce manca il classico l’effetto sorpresa, ma viene fuori anche un affinamento del songwriting e del gusto dell’arrangiamento (mai ridondante), un ulteriore ripiegamento interiore. Disco bello e di transizione nello stesso tempo, Homemade Drugs è una promessa che aspetta di essere mantenuta dal terzo disco, quando verrà.
(7.5/10)
Scheda: Jim Yoshii Pile-Up
Pubblicazione: 01 Gennaio 2003
File under: Post Rock
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