Recensione
II Ulaan Khol
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guitarscapes Voti redazione e staff

Ulaan Khol

II

Soft Abuse

Uomini soli con la propria chitarra, parte seconda. Steven R. Smith torna col moniker Ulaan Khol a distanza di pochi mesi dall’esordio I col quello che è il secondo appuntamento della trilogia Ceremony.

L’uomo dietro e dentro Hala Strana, Thuja, Mirza e dio solo quant’altro, ripropone 8 pezzi untitled per sola chitarra e poco altro (un organo non invadente e delle percussioni che riecheggiano in lontananza) che puntano a provocare vertigini ascensionali nell’ascoltatore che si abbandoni al flusso sonoro. La materia è meno monolitica rispetto al passato, quasi che si intravedesse uno spiraglio di luce alla fine del tunnel buio e intricato in cui immettevano i pezzi di I. Sia chiaro, il mood generale è sempre ombroso e umorale e i pezzi sembrano usciti da una lunga suite evanescente. C’è però una coesione di fondo che si rifrange di volta in volta in angolazioni inedite e affascinanti tramite echi sommessi e stratificazioni di feedback e distorsioni.

Se I era un disco notturno e cupo, II si pone come un album chiaroscurale, adatto a certi momenti in cui luce e buio si compenetrano l’uno nell’altro ridefinendo il concetto stesso di infinito.

(7.0/10)

Scheda: Ulaan Khol

Pubblicazione: 01 Gennaio 2009

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