Recensione
Kokoro Ciccio Merolla
Cover image
Etno-hip hop partenopeo Voti redazione e staff

Ciccio Merolla

Kokoro

Italia Promotions

“Song ‘e Napule, arò stong stong song ‘e Napule”. Per i non avvezzi al dialetto partenopeo, “sono napoletano, ovunque io mi trovi”. Più che un verso, un manifesto, una dichiarazione d’intenti sociale e identitaria di quella condizione particolare dell’”essere napoletani” che chi vive nel capoluogo campano sente in maniera particolarmente forte. Necessità di esprimere la propria identità che è, però, anche il suo contrario (per le mille contraddizioni che danno vita alla “neapolitan way of life”) e cioè apertura alla diversità, alla mescolanza e alla tolleranza. Napoli è una delle poche realtà, infatti, in cui senso d’appartenenza e propensione alla contaminazione convivono perfettamente. Una realtà di cui Francesco “Ciccio” Merolla è figlio legittimo.

Figlio di una cultura musicale che trova la sua vera ragion d’essere in quello che gli spagnoli chiamano mestizaje e gli anglofoni crossover(molto meglio che parlare di “contaminazione”, soprattutto con i tempi che corrono…).

Nonostante Kokoro sia solo il suo secondo album da solista, Merolla ha festeggiato proprio quest’anno i suoi “primi” vent’anni di carriera, un lungo percorso musicale segnato dall’hip hop e dalle percussioni, di cui è un degno rappresentante a livello nazionale. Nel segno delle collaborazioni, sia con le vecchie che con le nuove leve della musica napoletana (James Senese, Enzo Gragnaniello, Daniele Sepe, Edoardo Bennato, La Famiglia, Lucariello) “Ciccio” ha attraversato gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, impregnandosi di suoni e ritmi, dall’Africa al giardino di casa. Mentre però, per il suo esordio (Nun Pressà ‘O Sole, Taranta Power / Rai Trade 2004) aveva scelto le percussioni per esprimere la sua musica ai confini fra l’etno e l’hip hop, stavolta Merolla prende il microfono per urlare, anzi rappare, le contraddizioni di una metropoli decadente, ma viva, figlia dell’americanizzazione, senza mai esservisi rassegnata (Cash); una città spezzata dalla mafia, ma anche dai “mariuol’ c’’a ggiacchett”, politici e uomini d’affari (Femmena Boss); che conosce bene la prostituzione e l’amore (Regina).

Al di là dei testi, piuttosto conformi agli stereotipi del rap partenopeo, ciò che distingue Kokoro dalla massa informe dei prodotti hip hop nostrani sono gli arrangiamenti, dei quali ha un merito non indifferente la scelta di formare una vera e propria band (tastiere, batteria, voce femminile, percussioni, basso e, occasionalmente, fiati) e la qualità dei musicisti coinvolti, anch’essi espressione di una transgenerazionalità che non è solo stilistica, ma anche concreta. Un combo d’eccezione, quello formato da Dario Franco, Paola Follero, Umberto Guarino, Lino Vembacher e Elisabetta Serio, che permette al rapping di Merolla di cambiare spesso costume di scena, vestendosi di rumba (Song ‘E Napule) fusion (Femmena Boss; Sandhyà), soul (Regina), senza mai perdere la napoletanità.

(6.7/10)

Scheda: Ciccio Merolla

Pubblicazione: 01 Gennaio 2009

File under: Etno-hip hop partenopeo

| Archivio
Daniele Follero
Daniele Follero (Album 2008)

copertina pdf #91