Zu non sbaglia un colpo. Non ci pensa neanche la band romana ad indietreggiare e non pare per niente propensa a fare passi falsi. Dieci anni di dischi, critiche positive e tour in tutto il mondo, non sono riusciti ad appagare il trio romano, che si tiene distante dalla tentazione di accomodarsi sui famigerati allori. Dieci anni durante i quali Mai, Battaglia e Pupillo le hanno provate davvero tutte, trovando il coraggio, di volta in volta, di ricominciare da capo, facendo si che ogni esperimento potesse godere di vita propria. La formula del 3+1 (con il trio a costituire la struttura di svariate collaborazioni) ha concretizzato questo spirito progressivo, creando incroci “pericolosi” che di volta in volta hanno parlato un linguaggio diverso. Thurston Moore, Steve MacKay degli Stooges, i jazzisti Ken Vandermark, Han Bennink e Mats Gustafsson, Nobukazu Takemura, il violoncellista Fred Lonberg-Holm, la band hip hop Dälek, sono solo alcuni dei nomi che hanno vestito i panni del “quarto Zu”, influendo radicalmente sulle idee del trio ostiense
Carboniferous è un disco importante, un ennesimo punto di svolta. E per vari motivi. Intanto perché, come prima si è accennato, piazza la decima candelina sulla torta di una carriera discografica di tutto rispetto. Poi perché segna l’inizio della collaborazione di Zu per la Ipecac di Mike Patton, coronamento di un incontro musicale già rodato dal vivo durante il tour con la doppia band Melvins Fantomas. Terzo, perché per la prima volta non c’è un “quarto”, almeno in organico. Già perché di ospiti illustri ce ne sono comunque. A parte lo stesso Patton, che presta la sua voce trasformista e un pizzico di Mr. Bungle alla causa (come definire altrimenti le atmosfere schizofreniche di Soulympicse Beata Viscera?), si aggiunge al gruppo anche la chitarra di King Buzzo (Buzz Osborne) dei Melvins.
Le soluzioni di questa bizzarra equazione sorprenderebbero anche il più scettico. La durezza metal e i tempi quasi doom, caratteristici del sound del trio, che trovano espressione nelle atmosfere dark di Chthonian e Carbon, lasciano spesso e volentieri il posto a velocissime cavalcate math-noise (Ostia), a follie hardcore alla Naked City (Erinys), arrivando a spingersi fino all’ambient delirante di Orc.
Un pot-pourri coerente, nel quale neanche per un attimo si perde la bussola dello stile che ormai i Nostri hanno scolpito nella roccia di un sound granitico, spigoloso e ormai assolutamente inconfondibile.
(8.0/10)
Scheda: Zu
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