Recensione
Time Waits For No Slave Napalm Death
Cover image
Death-Grind Voti redazione e staff

Napalm Death

Time Waits For No Slave

Century Media

Bookmark and Share Gallery

Chi si aspettava di trovarli ancora lì? Chi avrebbe mai scommesso un euro (una lira dell’epoca, alla faccia dell’inflazione!) vent’anni fa sul futuro di una band che nei primi cinque minuti di musica aveva già portato all’estremo e “macinato” (to grind) tutta la sua radicale carica innovativa? E invece eccoli lì, i Napalm Death, a galleggiare, avvalendosi del loro stato di miti, sui resti di una rivoluzione ormai quasi del tutto dimenticata. Una rivoluzione consapevole di percorrere un binario morto negli sviluppi della musica, ultimo passo verso la totale devastazione iniziata un decennio prima con il punk. Il grindcore, quello “vero”, radicale, anarchico, è nato e morto subito, ammazzato quasi subito, proprio da chi lo aveva creato, salvo lasciare qualche traccia nel metal a venire. L’approdo al death metal ha rappresentato il percorso di tanti pionieri del genere (dai Carcass agli stessi Napalm Death) che lì si sono fermati, travolti da tecnicismi che solo in rari casi hanno rappresentato un valore aggiunto nella crisi del metal estremo, sempre più fagocitato dal mainstream.

Persa ogni valenza artistica, la musica dei Napalm Death, dopo Harmony Corruption (Earache, 1990) è da ascrivere quasi completamente alla storia del death metal e dei sui sottogeneri. E a distanza di tanti anni, la band di Birmingham continua a vivere di questo, con dignità ma senza grandi sussulti, sfornando mediamente un album ogni biennio e proseguendo il turnover di membri, che la caratterizza sin dagli esordi.

Eppure Time Waits For No Slave non ispira i sentimenti di pietà o tenerezza che di solito provocano i dischi di band-Matusalemme, che non vogliono proprio demordere e si trascinano per i capelli pur di far uscire qualcosa di nuovo a proprio nome. Decisamente orientato verso il Thrash, il quindicesimo album dei Napalm Death dai tempi di Scum (Earache, 1987) non abbandona del tutto la violenza esecutiva degli esordi, che però, dopo i momenti iniziali (Strongarm, Diktat e Work To Rule), si perde in un suono spurio, a metà tra gli Slayer, i Morbid Angel. Riff consumati dall’abuso, distorsioni leggermente più pulite e la solita batteria di Mick Harris a fare la differenza, con le sue precise variazioni di tempo e i suoi ormai classici “stacchi” alla velocità della luce. Penose le escursioni in improbabili territori melodici che gli sono a dir poco estranei (la Title Track; Downbeat Clique), e suonano goffi, trasformandoli in un clone venuto male degli Slipknot. Sì, i Napalm Death sono vivi. E probabilmente anche il metal d’annata continua ad avere il suoi seguito. Ma…cui prodest?   

(5.5/10)

Scheda: Napalm Death

Pubblicazione: 01 Febbraio 2009

File under: Death-Grind

| Archivio
Daniele Follero
Daniele Follero (Album 2009)

ON Tour
  • 25 Giugno Napalm Death
    Traffic
    Roma
  • 26 Giugno Napalm Death
    Magnolia
    Milano
copertina pdf #91