Recensione
March of the Zapotec & Realpeople - Holland Beirut
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Indie folk balcanico Voti redazione e staff

Beirut

March of the Zapotec & Realpeople - Holland

Ba-Da-Bing

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Dopo aver annullato il tour europeo per troppo perfezionismo, Zach Condon cerca di consolare i fan con questa nuova uscita, che in qualche modo prosegue sulla linea della “stranezza” che contraddistingue il percorso del cantante: non di un nuovo album si tratta, infatti, benché la durata alla fine sia quasi quella, ma di due EP pubblicati insieme, col secondo attribuito a Realpeople, lo pseudonimo con cui il nostro pubblicava musica elettronica.

Due facce dell’autore, quindi, rese in teoria ancora più distanti dal fatto che Zapotec è stato registrato in Messico utilizzando una tipica banda da funerali locale, i Jimenez, inizialmente contattata per la colonna sonora di un film poi annullato. In realtà, non solo le due facce si somigliano più di quanto le premesse farebbero pensare, perché Condon dimostra ancora una volta di saper piegare le sue fonti a sfumature del suo inconfondibile stile, limitando di molto le differenze tra il materiale costruito con 17 elementi e quello fatto col laptop; ma scopriamo anche che il Messico e i Balcani non sono nemmeno così distanti.

Eccettuata la breve intro di Zocalo e qualche sfumatura qua e là (My Wife, The Akara in cui l’ukulele mal si distingue da un charango), l’orchestra suona infatti per lo più come le sue omologhe della terra di Bregovic, il cui gruppo si definisce “orchestra per matrimoni e funerali”: una tradizione che attraversa Mediterraneo e Atlantico che Condon armonizza grazie anche a partiture che, come composizione e ritmi (dolenti melodie spesso a tempo di valzer), hanno risentito poco della trasferta pur lasciando più volte ai Jimenez spazi per esprimersi.

Anche nel secondo cd la penna di Condon mantiene la rotta sulle proprie coordinate (tutto sommato dividere in due il disco non era nemmeno indispensabile), ma l’elettronica si fa sentire un po’ più del Messico: nel finale di No Dice, uno scherzo-omaggio un po’ allunga-brodo, più seriamente nei riverberi Yorkiani della suggestiva, splendida Venice, nei quasi-Offlaga di My Wife… e nell’iniziale My Night… dove si oscilla tra la riconoscibilità dello stile e una rinfrescata sonora ottenuta curiosamente riandando alle sue origini di manipolatore elettronico.

Un disco -o due- che vanno avanti tornando indietro, che ritrovano le origini allontanandosi: non tutto è splendido, ma il talento per fare un piccolo miracolo come questo c’è.

(6.9/10)

Scheda: Beirut

Pubblicazione: 01 Febbraio 2009

File under: Indie folk balcanico

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