Recensione

Bonnie "Prince" Billy

Beware

Domino

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Da che ha raggiunto il proprio abbagliante zenit con Arise, Therefore prima e Now I See A Darkness poi, Will Oldham ha genialmente peregrinato attorno al nucleo del suo stile di fresca consolida, così antico e in ragione di ciò attuale. Dall’ascesa nell’empireo dei classici, l’uomo del Kentucky si è così concesso il lusso di rileggere se stesso, indagare felici accenni di modernità e immergersi in benefici bagni tradizionali mai tradizionalisti.

Ciò che seguita a stupire, nondimeno, è la qualità elevata di una discografia-fiume dalla quale toglieresti giusto quel paio di pleonastici live; senza dimenticare l’abilità di mescolare continuamente le carte e lasciarci in positivo confusi circa la natura della sua musica. Non fa eccezione Beware che, dopo lo splendore folk a lievi tinte visionarie offerto meno di dodici mesi or sono, abbraccia forme country-rock lontane tanto dall’ingessata Nashville quanto dalla controcorrente di Steve Earle. I clichè sono irrisi e superati alla stregua del Townes Van Zandt maturo, ma ancora non ci siamo, perché il disco è spesso avvolto da un’indolenza traslucida, lontana parente del falso sereno di Harvest se Neil Young l'avesse registrato con la testa di On The Beach. Il che significa che il conto di nuovo un po’ torna e un po’ no. Che la penna scintilla e gli arrangiamenti puntano l’intarsio, ricchi di cori e fiati, marimba e organi, violini e plettri assortiti senza imporsi su brani il cui lignaggio, alto come d'abitudine, emerge alla distanza.

C’è una sequenza finale splendida da ascrivere tra le cose oldhamiane migliori di sempre, un viaggio che dai fantasmi metà celtici e metà del border della sublime There Is Someting I Have To Say introduce al sensazionale commiato Afraid Ain’t Me, galoppo di luci del Van Morrison “astrale” e tentazioni Calexico sciolte in puro stile Oldham. Per giungerci attraversi l’innodica malinconia senza pari di I Am Goodbye e il passo da sardonico e anticato jazz anni ’20 di Without Work, You Have Nothing. Qui il nucleo significativo di un’opera che per il resto sgorga con la naturalezza di chi non deve dimostrare niente a nessuno, perciò si prende i rischi che gli aggradano. Canone del più fragrante e cristallino offrono - pescate quasi a caso, sappiatelo - Death Final, My Life’s Work e Heart’s Arms, ché nella vita occorrono anche e soprattutto sicurezze. Continua a camminare, Will.

(7.5/10)

Pubblicazione: 01 Marzo 2009

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Giancarlo Turra
Giancarlo Turra (Album 2009)

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