Recensione
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Genere

folk rock

Data di uscita

Settembre 2006

Pubblicazione

01 Settembre 2006

Will Oldham, Bonnie "Prince" Billy

The Letting Go

Domino

Dopo le scorribande nashvilliane e le elucubrazioni pseudo-psych, Will Oldham torna ad accamparsi nel front-porch con vista sull'abisso. Però, siccome è un tipo sensibile e accorto, sa di avere sparato cartucce irripetibili ai tempi di I See A Darkness, May It Always Be o Wolf Among Wolves. Ragion per cui ha pensato bene di avvalersi dei servigi d'un druido islandese (il produttore Valgeir Sigurdsson, già al lavoro - inevitabilmente - con Bjork) e di una ninfa neogotica (Dawn McCarthy, straordinaria vocalist dei Faun Fables) per scompaginare le coordinate, per dirottare il punto focale dalle parti del folk progressivo, crocicchio di visioni e tradizioni come non spiacerebbe – per dire - ad un Joe Boyd.

Operazione rischiosa, perché poteva uscirne un ibrido improbabile, accartocciato in un barocchismo fumoso. Invece, i vocalizzi di Dawn e le trepide volute degli archi intervengono con trasporto e misura sulle trame folk, le straniano d'evanescenza avant senza gambizzarne la naturalezza. Ascolti e ti sembra di stare ancora lì, proprio lì, sotto al famoso front porch. Ma l’orizzonte è un gioco di fotogrammi sovrapposti: ologrammi di pomeriggi lattiginosi a Tanworth-In-Arden, fiabesche distese nordeuropee nel baluginìo dell’ultimo sole, palpiti notturni nel ventre di antiche inquietudini, soffici fantasmi di un archetipo futuro. La strada, il destino, Dio, la frontiera, la morte, l’amore. Le solite cose (?).

E' una collezione di ballads friabili e intense, col cuore spremuto tra caute contrapposizioni – la concretezza strascicata di Will e la mesmerica grazia di Dawn nel call and response della title track, le brume alcoliche Lanegan e l'estatico indolenzimento Drake in Cursed Sleep - oppure lasciato scivolare su misteriosi piani inclinati, vedi l'apprensione che satura il passo valzer di Strange Form Of Life o il torvo caracollare di The Seedling, squarciato da folate d'archi e cori lancinanti. L'Oldham compositore offre il meglio di sé nelle situazioni meno complesse, come nella ballatina a due voci di Lay And Love - tesa e dolciastra come un sentimento affilato - e soprattutto in quella I Called You Back che impasta meraviglia e desolazione, slide miagolanti e mormorio di tromba, tomografia di un dolore risolto, consolato dal proprio stesso esistere.

Chiude tra falsi movimenti e fruscii Sparklehorse una ghost-track luminosa e letargica, degno sigillo di un lavoro che è probabilmente quanto di meglio potessimo attenderci dal caro vecchio principe Billy.

(7.1/10)

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2006)