Recensione
White Blood Cells The White Stripes
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blues rock Voti redazione e staff

The White Stripes

White Blood Cells

XL

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Il terzo disco di questo singolare (!) duo da Detroit raggiunse le nostre latitudini circondato da una sfrigolante nuvoletta di hype. Mi ci avvicinai con la ormai consueta diffidenza, però all’assaggio mi sembrò subito quel che mi sembra ora: divertente. Senza amore, solo sesso, se così si può dire. O meglio, con tutto l'amore nascosto dietro il ludibrio del sesso, come è bello e giusto che sia. Urgente e ruvido quindi, ruffiano e insidioso, torrido come il blues, crepitante come certo garage-punk, sapido e roots come la corteccia di tanto rockeggiare più passato che presente (ahinoi). Sbocciano tra le tracce riferimenti ai Sonic Youth più canzonettari, l’utilizzo delle voci rivanga quelle maledette e scanzonate di Gordon Gano e del primo Wayne Coyne (obliqua irridenza sul rovello dell'anima), i riff di polvere e ghiaccio (bollente) chiamano all’appello la PJ Harvey più torrida e i Dinosaurs Jr più asciutti, quantomeno nell'attitudine.

All’epoca i due si spacciavano per fratello e sorella, però seminando striscianti dubbi para-incestuosi: non che me ne fregasse qualcosa allora, mentre oggi, che vi devo dire, anche meno. Di significativo c’era invece che Jack (voce, chitarra, organo e piano) e Meg White (batteria e cori) facevano quel che dovevano, il giusto casino, un po' di cuore, un pizzico di genio. Dietro a queste canzoni (16 x complessivi 40 minuti), confezionate perlopiù senza economie d'adrenalina ed elettricità, si rannicchiano le melodie arricciate e rocciose del country (Now Mary), o certe scheletriche tenerezze folk (We're Going To Be Friends), o quel po’ di lugubre che da sempre si porta in seno il blues (Dead Leaves And The Dirty Ground). Il tutto trasposto su scenari giovanilisticamente nevrotici (I Think I Smell A Rat), talvolta ammorbato da psichedelie hard (Fell In Love With A Girl), talvolta disperso tra irrisolte romanticherie (The Same Boy You've Always Known) o strapazzato da una frenesia al limite del patologico (Hotel Yorba).

Parlano insomma un linguaggio antico e bruciante con una certa qual personalità, seppure rinviabile a troppe cose troppo ascoltate. Chiudi gli occhi, e ti appare questa gragnola a base di Stooges e Tom Petty, Stones e Tom Waits, Big Star e Jon Spencer, oltre naturalmente a tutto quanto prima nominato. Difficile formulare la diagnosi, si rimane nel dubbio tra sapiente strategia produttiva e passione incallita, tra marketing e nutritiva ossessione. Comunque sia, nel finale c’è quel breve, scarno (piano e voci) errebì sognante (This protector), che riesce a strattonarci dalle parti del suo incanto indolenzito con la potenza disinvolta dei piccoli capolavori. Genietti o furbastri, chissà.

(6.6/10)

Pubblicazione: 01 Luglio 2001

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2001)

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