Finalmente un album “normale” per Sufjan Stevens, ma non prendete troppo alla lettera quest'affermazione. Seven Swans rinuncia a sperimentazioni e bizzarrie stilistico/progettuali, intendo certe elettroniche lo-fi o la velleità di dedicare un disco ad ogni stato dell'Unione. Qui il respiro antico del folk si stempera morbidamente con certo gospel psichedelico a definire una sorta di concept, echeggiando forme e metodologie già in uso una trentina d'anni fa sulle due sponde d'Occidente, a cavallo di un oceano sempre più piccino.
Niente di inedito, voglio dire, eppure eccola di nuovo la magia (perché, casomai non lo aveste capito, da queste parti pensiamo che Sufjan sia una specie di mago): tanto è il mistico intimismo di quella voce, la quiete trepida sul bordo di una visione celestiale e terribile e terrena, che ogni canzone sembra una bestiolina viva, un cherubino malinconico svolazzante in mezzo alla stanza. Restio al clamore, esente a dire il vero da intuizioni melodiche superlative, tuttavia il programma di Seven Swans incanta col suo torpore segmentato, ci illude d’essere familiare e inaudito con un solo movimento, senza essere né consueto né insolito.
Ben distante dalla trepidazione a vuoto del NAM, il suono affonda radici invisibili nel cuore del tempo, nutrito da una sensibilità anacronistica (in ogni senso possibile) e da una passione che non teme di scartare di lato e in obliquo. Anzi, sembra voler tastare i limiti della propria forma, forzandoli, scoprendoli aderenti ma cedevoli, aggrappati alla matrice folk di cui si cibano ma sensibilissimi ad ogni scossa, veicoli di mutazione in placida attesa.
Cos’è dunque Seven Swans? Un sogno che ha incantato il ragazzo di Detroit (ormai newyorkese a tutti gli effetti) e ha sgomitato per uscire, tanto da spaventarlo. Sarà per questo che per la prima volta è ricorso ad un produttore vero e proprio, quel Daniel Smith che è anche titolare dell’etichetta Sounds Famylire, nonché leader della band Danielson Famile, i cui femminei cori spuntano serafici come acquerelli tra queste canzoni. Canzoni fatte di molto banjo e molta voce, materia prima di Sufjan, ma anche di pianoforte e tastiere elettroniche, quest’ultime colte nella linea d’ombra che unisce/separa il valvolare e sintetico, druidico e tecnologico. E una sezione ritmica asciutta, essenziale, mai invadente tuttavia capace di farsi rispettare.
Ancora due parole - doverose - sulla voce: non potente ma fiera, levigata e inquieta, si snoda tra fraseggi flemmatici piegando improvvisa verso falsetti che non raggiunge mai (vedi In The Devil's Territory, non lontana dai collage ciberacustici di certi Califone), imbavaglia emozioni che si aggirano languide, lo sguardo piantato in qualche crepuscolo, le distanze palpabili come una vibrazione solidificata (si ascolti l’iniziale All The Trees Of The Field Will Clap Their Hands provando ad immaginarla senza tutto il resto – che non è moltissimo – o nel soffice malanimo di Size Too Small).
Questa voce è anche e principalmente il tappeto d’ombre su cui il banjo germoglia, scrive una capricciosa calligrafia di sensazioni vivide, si chiude a riccio e scatta tra arpeggi brillanti e riflessi bruniti (memorabili quelli di The Dress Looks Nice On You, mentre in We Won't Need Legs To Stand rosicchiano asprigni le tentazioni Nick Drake).
Da qualche parte, qui in mezzo, impalpabile, deve esserci l’anima di Stevens, o almeno così credo: in episodi come A Good Man Is Hard To Find - in cui il serrato accompagnamento di chitarra acustica indica alla voce la strada tra il drumming sfarfallante, gli organi puntuti e i riccioli d’elettrica – o nel palpitare sospeso di Abraham – in cui compaiono evanescenze opaline degne del miglior Crosby – e senz’altro nella splendida Sister – lungo strumentale in guisa di folk ballad elettrificata che copre i due terzi del pezzo, cori in languida decadenza seventies, chitarre e organi che via via s’inzuppano d’acido, poi una coda che spoglia il cuore di una melodia rappresa tra la voce, le corde, malinconie migranti, dolciastre, liberatorie.
In chiusura i titoli più spiazzanti, per i quali occorrono un paio di ascolti in più ma ne vale decisamente la pena: la title track procede sui binari di un valzer scarnificato, avanza il banjo - probabilmente su una strada con più solitudine che polvere - e la voce segue a ruota, ma presto gli occhi si alzano alla visione che attraversa il cielo, quindi entrano in scena un piano austero, tastiere in estasi ombrosa, drumming marziale, cori in mistico deliquio; The Transfiguration ha invece i tratti somatici storti di un sorriso XTC, quasi un sipario che nasconde insidie, misteri e profezie, teatrino elettroacustico che gonfia il petto d’elevazioni cibernetiche, una festa infine, in cui credi di scorgere Badly Drawn Boy occhieggiare in disparte, o M.Ward a prendere appunti per il futuro.
Se questo non è il più bello, credo sia il più compiuto e maturo disco di Stevens. Una promessa sempre più mantenuta, che tuttavia fa pensare di doversi ancora compiere del tutto.
(7.2/10)
Scheda: Sufjan Stevens
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