Undici tracce per neanche venticinque minuti di durata: un album di altre epoche. Coinciso come Colossal Youth dei pauperisti eighties Young Marble Giants (dei quali ereditano appunto il ‘voto di povertà musicale’), War Prayers è il secondo album del terzetto – Katie Eastburn alla voce, Jeff Rosenburg alla sei corde e Jarrett Silberman per la batteria – statunitense.
La Eastburn, un passato alle spalle quale coreografa-produttrice presso il Pants Dans Theater di San Francisco, avvicina però le movenze del suo combo a quelle dell’altra band, opportunamente ringraziata all’interno del booklet nel nuovo cd, che sta rinnovando l’indie-rock U.S.A. con fare sornione ma intelligente, semplicità massima e inventiva grandissima: le Quix*O*Tic. Laddove queste ultime indulgono in una commistione amatoriale di riff hard rock, ricami madrigaleschi e soul music d’antan, i Young People, invece, procedono per connubi altrettanto accattivanti ma diversi; Bjork (soprattu tto per certe ‘movenze vocali’), Raincoats (gli incastri strumentali fatti di e con poco), folk/hard rock, briosità da marching band, immediatezze pop cristalline, rilassatezze post slow core, melodie efficacissime quanto camuffate sono la "polpa molle", ma saporosa, di queste 11 ‘preghiere di guerra’.
La loro è, in sostanza, una forma di "cantautorato pop" modesto solo nell’impianto strumentale usato, non certo negli intenti artistici. A testimoniarlo c’era già stato un primo omonimo album (prima uscito quale CD-R, fu poi ristampato dalla 5RC; 2002) interessante seppure acerbo. Qui i nostri, e ciò definisce la maturità del nuovo War Prayers, abbandonano qualsiasi velleità avant-folk per confezionare un lavoro che attinge ad una cornucopia di generi stilistici, senza mai plagiarne uno (l’essenza vera, insomma, dell’"anima indie" di tutto il rock anni ’90).
In certo senso, il nome sceltosi dalla band, ispirato ad un film anni ’40 con Shirley Temple, è forse anche una dic hiarazione d’intenti: coniugare la semplicità della musica "classicamente" indie con il fascino di mezzi strumentali poveri e antichi come quelli esibiti da questo "sbiadito" (sì, proprio come il bianco e nero nel cinema d’epoca) terzetto di musici "spartani". El Paso, l’opener di questa loro laconica opera seconda, ne è un esempio: l’hard rock dei ’70 ridotto a mezzo espressivo cantautoriale, trascinate e sofferto, senza per altro perdere di vista la vena melodica (qui sostenuta, come spesso succede nel disco, dalla sola voce). La filastrocca di Tommy Faye, le dissonanze cui si ammanta il pop dimesso in Ne’er Do Well (un gioiello di scrittura), il jazz sussurrato per Ask The Dusk (‘Chiedi Al Crepuscolo’…), l’uso strategico della distorsione chitarristica nonché del percussivismo ‘trovato’ in Dutch Oven (quasi un plagio della Bjork di Post) o Early Poetry, la benevola canzoncina da music hall chiamata The Lord, l’arpeggiar di corde contrappuntato da distorsioni chitarri stiche su cantato folky con cui principia la conclusiva fiaba di The Night Of The Hunter (dal bell’incedere fiatistico a chiudere), sono tutti modi di sfruttare la grammatica coniata dal rock underground degli ultimi 10 anni (ed oltre…qui si sente anche lo spirito delle Raincoats) che permettono ai Young People di arrivare ad una commistione che unisce il lirismo del folk-rock alle distorsioni chitarristiche ‘mimetiche’ genericamente hard.
Qualcosa, insomma, di inedito, che porta i Codeine nel regno dei Mecca Norma e consente di superne, con un sol balzo, i limiti d’efficacia artistica (i Mecca Norma) o comunicativa (i Codeine) d’entrambe le formazioni.
(8.0/10)
Scheda: Young People
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