L’internazionale dell’improvvisazione. E chi ne fa le veci. Ovvero, nel caso dei Tigersmilk, tre tipini dalle qualità indiscusse: Rob Mazurek (cornetta/elettronica), Jason Roebke (basso) e Dylan van der Schyff (percussioni). Se il più noto d’essi è certamente Mazurek (Chicago Underground Family), anche gli altri due, forse poco esposti, non gli valgono molto meno (da recuperare, ad esempio, l’album Meniscus di Van der Schyff col sassofonista John Butcher).
Detto ciò, parliamo di questo incantevole gioiellino e delle sue pregevoli attrattive, anche se qui più che i singoli componimenti è il metodo ad emergere: dal frenetismo jazzy e noir di Frequency Location ai paesaggi “lunari” di Long to win, dalla microfisica dell’acustica di The Soft Release ai saggi modali di Mazurek allo strumento (Little Pleasures), l’empatia suscitata all’ascolto è semplicemente il riflesso d’un nuovo umanesimo in suoni. Ogni genere approcciato (e ce ne sono tanti, pensate alle dissonanze cameristiche, metronomiche, financo clownesche di Right on Agatite), pur senza concedersi alla facile comunicatività, diviene involontaria metafora dell’agire in musica d’una “comunità di ricerca” (questa formata dal terzetto). Abbandonate perciò – proprio come chi vi suona ha cercato – gli sciocchi dualismi pubblico/privato, personale/generale e, vinta l’insonnia della ragione, lasciatevi rapire anima e corpo dall’emotività rattenuta di questo grande, grande album.
(8.0/10)
Scheda: Tigersmilk
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