Recensione
Cover image
Genere

Post Rock

Data di uscita

Gennaio 2003

Pubblicazione

01 Gennaio 2003

Rachel's

Systems/Layers

Touch & Go / Quarterstick Records

Il nuovo album dei Rachel’s inizia in modo non dissimile dalle suite dei Popol Vuh: un limbo estatico e analogico innescato da un minimalismo in levare sul quale si staglia il lamento d’un violino solo e desolato a consumarsi in se stesso. 

Nel silenzio susseguente una voce sussurrerà le parole: “I was thinkin’ about it the other day”, ci stavo pensando l’altro giorno (e il non detto potrebbe implicare) “stavo richiamando alla mente un sentimento legato a quel mondo che fu e, mentre ero occupato a pensare, m’ha pervaso una nostalgia particolare: “proprio come se l’acqua di cui siamo fatti fosse la stessa e la sorgente a cambiare”.

Anche in questo lavoro, i Rachel’s, similmente ai GSYBE, ripercorrono all’infinito la pellicola di quel famoso terzo tempo di Until The End Of The World: esplorano immagini fatte di ricordi riesumati, fotogrammi “sporchi” proiettati da una macchina che riproduce i sogni e li registra, detriti digitali che si mescolano a forme e volti in sovrimpressione.
L’ensemble di Louisville, ampliato il cast grazie alle preziose collaborazioni della Louisville Orchestra e di Shannon Wright (che presta la sua voce alla delicatissima Last Things Last), si presta dunque alla (ri)osservazione di momenti di vita umana (ri)vissuta come sistema, ovvero come un qualcosa che guarda da vicino, con (“dovuto” amorevole e armonioso) distacco, una realtà che non è più tale e dove l’oggi, l’ora, il qui, poggia sul non-più-ieri, lì e allora; dove la memoria si fa narrazione soggettiva, ovvero frutto di interpretazioni personali e non più sociali. La vita, percepita come interferenza e intermittenza, è pensata come vita-che-era, mondo a cui apparteneva e così, attraverso questo processo, il passato rientra nel presente. Non è un caso che il gruppo abbia chiesto ai fan di spedire dei field recordings per la predisposizione dei landscapes: questi fondali costituiscono campioni sonori, rumore di fondo proveniente da varie parti del pianeta, suggestioni in presa diretta che, unite all’output visivo di wendersiana memoria, producono quel pathos che rende ancora di più System/Layers un non luogo dove si consuma una non-trama .
Passando ad un livello un po’ più pratico (ma neanche tanto): pochi momenti dell’album s’attaccano alla memoria. È come se ogni brano fosse stato congegnato per consumarsi nel proprio tempo materiale, come se vivesse al presente anche lui. In questo senso, anche la varietà di spunti nell’arrangiamento non aiuta al processo d’assimilazione; nonostante siano presenti: componimenti acustici per piccolo e grande ensamble, pieces ambientali, trip-hop (Singing Bride), ballate rassegnate (Last Things Last), mood noir a la Porishead (And keep smiling) e intimo cameratismo ellisiano (la seconda parte di And keep smiling), ognuno di questi ambienti sonori contiene divagazioni che non si accordano alla struttura, frutto di una tensione irrisolta tra l’impianto estetico e la voglia dei musicisti dire la loro (tecnicamente). Questo è il caso di Rachel Grimes il cui virtuosismo malcelato sembra spesso essere fuori contesto o, comunque, punto di fuga non necessario. Più convincenti i brani dove l’ensamble è più compatto come in Water from the same source (6 minuti) anche se Where Have All My Files Gone?, con l’orchestra, odora d’autoreferenzialità.
C’è perplessità da più fronti dunque.

(6.0/10)

Scheda: Rachel's

Edoardo Bridda
Edoardo Bridda (Album 2003)