Il poco più che trentenne Stefano Barone nasce napoletano e cresce pianista, ma nel suo futuro ci sono Roma (dove vive dal 2001) e la chitarra. Pare che la folgorazione definitiva l'abbia avuta nel 2003 scoprendo Aerial Boundaries, l'album di Michael Hedge che nel 1984 ridefinì i confini e le possibilità del fingerpicking, un ascolto che spinse definitivamente Stefano nell'abbraccio delle sei corde, divenendo discepolo di Pino Forastiere. Tuttavia, in questo album d'esordio Barone si discosta nettamente dallo stile e dai modi del suo mentore, rivelando un approccio più vivace ed eclettico all'arte del chitarrismo solitario, da un lato ammiccando istanze minimaliste e dall'altro concedendosi guizzi e lazzi funky jazz, carezzevoli ipnosi ambient-pop, rarefazioni filmiche, meditazioni serotine e tumulti allegri-ma-non-troppo.
Gli influssi Hedge sono palpabili un po' ovunque, vedi la marcia ipnotica della title track, la soundtrack intimista di Syberia e quella The Return con la sua festa mesta di luccicoso malanimo e tecnica percussiva asciutta. Se poi una Spankie rievoca i guizzi jazzy calorosi di un Tuck Andress, altrove t'imbatti in episodi a loro modo sorprendenti come TCLD - sorta di blues hop androide - e l'accoppiata Batman-Alexander Supertramp, che sciorinano affabili palpitazioni e stupefatti incanti tipo gli EST devoti al verbo pop secondo Brian Eno. Apice del programma è tuttavia Minimalaction, composizione per 12 chitarre (!) che si snoda ossessiva, misterica, allarmata come l'incubo floydiano d'un John Martyn cullato dai Tortoise più garruli.
E' un disco che intrattiene con garbo e intensità, risolvendo i passaggi più complessi con morbidezza e dinamismo, senza mai scadere nei virtuosisimi a perdere. Consigliabile anche ai non appassionati del genere, e non è una frase fatta.
(7.0/10)
Scheda: Stefano Barone
Pubblicazione: 01 Marzo 2009
File under: folk rock strumentale
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