Abbiamo visto più volte sul grande schermo la storia tragica delle dittature sudamericane, ma un film il cui protagonista non è il buono ma risulta persino sgradevole non ce lo ricordavamo. E neanche un tema all’apparenza frivolo come il ballo, ma così rivelatorio in realtà della condizione della popolazione cilena degli anni ’70 alle prese con la dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990). Popolazione rassegnata e stanca, che vede la violenza per strada giorno per giorno, gente abbrutita, coprifuochi, esercito e soprusi.
Chi si ribella e chi per sfuggire alla sordida realtà evade, con il cinema “straniero”, americano in particolare, con il ballo, anche questo importato. Siamo nel 1978, che vide la “febbre del sabato sera” di travoltiana memoria (Saturday Night Fever, 1977) diventare globalmente febbre di tutti. O quasi. E la disco massiccio fenomeno di costume.
Ci troviamo alla periferia di Santiago del Cile. Raúl Peralta (Alfredo Castro, anche sceneggiatore del film) è un ballerino cinquantenne che sbarca il lunario arrangiandosi come può, con l’ossessione per questo film, che va a rivedere in sala in continuazione. È a capo di un gruppo di ballerini che si esibiscono in un piccolo bar di periferia, e anche loro sognano il successo e l’evasione. Ma a differenza di chi lo circonda, il protagonista non esita a fare qualsiasi cosa per perseguire i propri scopi di affermazione, anche rubare, ingannare, uccidere. Indifferente a tutto quello che ha attorno, se non lo tocca da vicino per i suoi scopi primari. Tutto pur di migliorare le sue performance di ballo e cercare di vincere dei soldi e la gloria a un concorso in televisione, presentandosi come sosia di John Travolta alias Tony Manero.
Pablo Larrain, qui al secondo film dopo Fuga del 2005, affronta il film realizzandolo con stile documentaristico, incollandosi quasi ai personaggi e seguendoli strettamente, con alcune scene anche in fuorifuoco. Assistiamo così passo dopo passo all’amoralità di Raúl, fino alle estreme conseguenze; Larrain lascia il finale in sospeso, dopo averci fatto assistere attoniti alla vicenda. E l’altra storia parallela, il cui epilogo è in sottofinale (la figlia della sua convivente e il suo ragazzo arrestati dalla polizia per opposizione clandestina al regime) che era la normalità tragica in anni come quelli, è vista con gli occhi del protagonista, che al momento dell’irruzione nella casa in cui anche lui vive, trova il modo per fuggire, anzi è come un fantasma, coperto come se non fosse mai esistito. Un no man’s land, uno spettro che si aggira nei meandri di una dittatura approfittando dell’amoralità generale e usandola a suo favore.
E il senso di continua tensione in Tony Manero è avvertibile sin da subito, quando dopo le scene iniziali in cui il protagonista sembrava solo una povera vittima che cerca di farcela in qualche modo, si rivela bruscamente per quel che è. Momento rivelatore da cui si procede poi in discesa negativa per tutto la pellicola.
L’ultima fatica di Larrain si conferma quindi come un crudissimo spaccato della perdita di valori e di identità di una società, ormai rassegnata a tutto. Un fallimento dei personaggi che è quello di tutto il Cile di allora. E un film estremamente politico.
Vincitore del premio per il miglior film e per il miglior attore al Festival di Torino 2008, premio meritato dall’ottimo Castro, che con la sua mimica, i silenzi, la gestualità minimale ha reso al meglio la mancanza di morale del tragico Raúl.
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