Recensione spot
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Genere

avant

Data di uscita

Febbraio 2009

Pubblicazione

26 Febbraio 2009

Faking Gold & Murder

Aethenor

VHF

Il terzo disco degli Aethenor nasce sotto il segno della suggestione alchemica già a partire dal titolo e se il tutto viene vergato a mano e dichiarato a voce dalla luciferina presenza di Anok Pe David Tibet l’assonanza con i primi Current 93 viene giocoforza spontanea. A maggior ragione ascoltando questi quattro nuovi brani. Già il precedente, Betimes Black Cloudmasses, con l’innesto dei percussionisti Alexandre Babel e Nicolas Field aveva spostato il suono dei tre in una direzione ancora più improvvisata e libertaria, ma il quadro si completa per forza di cose giunti a questo terzo disco dove la formazione viene ulteriormente completata con l’ingresso di Alexander Tucker alle chitarre.

Stephen O’Malley, Daniel O’Sullivan e Vincent De Roguin diventano quindi i tre sacerdoti di un cerimoniale free decisamente virato al nero, dove in qualche modo si riesce a trovare il punto di equilibrio tra avant metal e musica di ricerca, in un modo che davvero non si era mai ascoltato a questi livelli di efficacia. L’attacco deflagrante e senza freni delle percussioni introduce al disco come un fulmine a ciel sereno, inscenando un caos meditato in ogni più piccolo particolare. Il paragone con i primi Current 93, ma anche con certi Nurse With Wound, si accentua ancora di più con i liquidi onirismi del secondo brano dove tra organi e drones il senso di minaccia si fa incombente ma non opprimente. Si prosegue poi nella maniera più sperimentale possibile: una serie si shuffle di batteria con un recitato inaccioso e acidissimo che divulga qualche verità che non avremmo mai dovuto ascoltare.

A voler rimarcare un ulteriore segno di pregio del disco si segnala un ritrovato David Tibet molto meno declamatorio e didascalico nelle sue performance vocali e più prossimo alla musicalità di un vocalist degno di questo nome. La quarta traccia chiude quasi sottotraccia, dimessamente, con un sentore d’apocalisse sottopelle e una serie di drones scorrevoli e ficcanti pronti per chiudere un concerto suonato evidentemente all’inferno.

(7.5/10)

Antonello Comunale

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