Lasciate le vicissitudini degli insetti nel capitolo insieme agli Spectratone International di un paio d’anni fa, la nostra torna a parlare di relazioni personali, direttamente, con quella caratteristica tutta particolare che fa sembrare che stia parlando solo a/per te. Il fidato Phil Elverum è ancora in regia e supervisiona partecipando attivamente a 3 tracce, e questo è un bene dato che la sua mano si sente, e come era stato in C’mon Miracle aumenta le potenzialità atmosferiche delle melodie cristalline di Mirah. A differenza di quel passato/picco illustre però la chiave di lettura questa volta non risiede nell’uso fibrillante della batteria e degli archi: la voce si riappropria della propria centralità anche attraverso controcanti azzeccati – come a manifestare un rafforzato interesse affinchè il messaggio arrivi – mentre l’esperimento “world” di Share This Place ha lasciato la voglia di usare una strumentazione “multietnica” anche in questo capitolo. Quello che porterebbe a pensare che (a)spera sia una mera somma di elementi dei precedenti due dischi citati, si scopre errato – in parte – nel constatare che la quadratura delle canzoni è dovuta principalmente a giochi di luce e a incontri di atmosfere diverse che non alla caratura della scrittura, che ahimè questa volta è leggermente sottotono rispetto ai suoi standard.
C’è sicuramente un senso di intimità più matura in queste nuove tracce, intimità che esplode nei soli di kora in Shells, che si rende meravigliosamente dark in The World Is Falling (decisamente lo “strike-out” del disco), che si fa preziosa nella kalimba di While We Have The Sun o che si tramuta in delicatezza accennata nel violino e nel violoncello di Generosity. Al contempo si ha la sensazione che l’autrice di Portland abbia azzardato un po’ troppo come nella samba fuori fuoco di Country Of The Future, nei quasi 8 minuti della mielosa e sfiancante The River, o in Bones & Skin che è semplicemente una nuova Monument non altrettanto toccante.
Si avverte la voglia di evolvere, e spesso il passo in più si coglie chiaramente ma la differenza rispetto a quanto proposto finora sta semplicemente nella forza delle canzoni che, ben lungi dall’essere mediocri, purtroppo non hanno lo stesso impatto – a breve e lunga gittata – rispetto a quanto fatto finora. Poco importa alla fine che la lista degli ospiti includa Tara Jane O’neil, Chris Funk dei Decemberists, Tucker Martine (batterista di Laura Veirs) o Adam Selzer dei Norfolk & Western…
(6.8/10)
Scheda: Mirah
Pubblicazione: 02 Marzo 2009
File under: indie folk
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